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Per ogni figlio una madre invecchia di 11 anni, dice la scienza. Eppure è più bella

DONNA SORRISO LACRIME
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Una ricerca dichiara che fare figli deteriora i cromosomi più di fumo e obesità, ma l'orologio della maternità mescola il peso degli anni con la freschezza dell'eterno

Appena letta la notizia, ne ho parlato con un’amica che ha partorito a dicembre. Ci abbiamo pianto e riso su. Eravamo reduci da chiacchierate illuminanti. Io a lei: «Ma lo sai che sono solo due mesi che è nato il tuo Sebastiano?» e lei a me: «Sì e mi sento invecchiata di due anni!». Poi è arrivata la scienza a spiazzarci, la faccenda è più pesante del previsto.
Una ricerca pubblicata su New Scientist afferma che per ogni figlio che nasce una madre invecchia di 11 anni, con effetti più aggressivi del fumo e dell’obesità. Verrebbe diabolicamente da sintetizzare: se fumi e mangi male, fai meno danni che se metti al mondo un bambino. Stiamo calme, molto calme.

Non si sta parlando in termini di impressione emotiva, ma di deterioramento del DNA: i telomeri sono cappucci che avvolgono la parte terminale del cromosoma, più si accorciano più la persona sta invecchiando. A quanto, pare essere mamma riduce i telomeri delle donne di circa il 4,2% rispetto alle donne che non hanno mai avuto figli. Anna Pollock, responsabile della ricerca, si è affrettata a commentare che questo dato – ancora in attesa di ulteriori approfondimenti – non va interpretato come una volontà di dissuadere ad avere figli.

Troppo tardi, in ogni caso. Ne ho già tre. Quindi mi lascio andare al calcolo aggiornato della mia età: 40 + 11+11+11. Fa 73, caspita! Proviamo a guardare il dato da una prospettiva diversa. Fa 73 e allora, tutto sommato, i capelli bianchi di cui mi lamento sempre non sono neppure tanti. Ho sempre trovato una certa ritrosia a parlare esplicitamente del contraccolpo fisico-emotivo che la donna sente all’indomani di ogni gravidanza, quasi che confessare la fatica fosse tradire la bellezza dell’evento. Per reazione, non ho mai temuto di dire che con ogni depressione post-parto ho dato il peggio di me, cioè sono stata capace di essere molto incapace.
Non mi scandalizzerebbe se la scienza confermasse in modo ancora più netto il dato di questa ricerca. Invecchiare dando la vita è un bel paradosso incarnato. Forse noi mamme potremo scrivere una letterina alla cicogna, come a un premuroso Babbo Natale, chiedendole di portare insieme al fagotto un buon siero antirughe.

Tutti i giorni sento il peso delle vite che ho generato. E sarebbe sconfortante se fosse solo un dato emotivo, perché dipenderebbe dal mio limite di sguardo e deborderebbe nella lamentela egoista. Che sia un limite fisico, biologico, visibile e tattile mi rasserena; è un’umiltà rallegrante. C’è. È un sacrificio a cui collaboro. La schiena duole e m’ingobbisco peggio di Leopardi; non potendo osservare a occhio nudo i miei cromosomi, vedo nel dorso il mio tallone d’Achille ferito.

Il tempo che passa non è mai una realtà puramente oggettiva e da quando sono madre è diventato impossibile da misurare in minuti, ore, anni. Con la mia amica neo-mamma rivivo quella time machine che è la nascita di un figlio: ore che si dilatano all’infinito e mesi che paiono anni. Quando arriva un bambino la giornata si trasforma in una stagione epocale; arrivi a sera e, tra poppate, ruttino, cambio pannolino e pisolini, ti pare di aver vissuto un lustro. Perciò non metto in discussione che anche il DNA ne risenta, essendo la carne e le cellule all’opera.

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