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Il mistero delle stimmate di Padre Pio. La parola ai tre medici che lo hanno visitato

CPP/CIRIC

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 07/03/18

Tra l’altro, in quella stessa lunghissima notte, «nel praticare sul corpo esanime i pietosi uffici soliti a farsi a tutti i morti», frate Carmelo aveva visto con i suoi occhi che «dalla mano sinistra di Padre Pio» si era staccata «una piccola pellicola bianca, ultimo residuo di tutto il sangue versato e dei tessuti muscolari che per cinquant’anni si erano consumati e distrutti».




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Piaghe lunghe sette centimetri

Che Padre Pio abbia avuto le piaghe lo attestano testimonianze di confratelli, fedeli, immagini. Eccone due molto interessanti, sempre estratte dal libro di Campanella, e inserite nel processo canonico.

Fra Pellegrino Funicelli ha attestato: «Ho visto spesso le piaghe delle mani di Padre Pio da Pietrelcina: una ferita al centro coperta da incrostazioni. Una sola volta ho avuto la fortuna di vedere la ferita del costato, nel 1958, un giorno in cui Padre Pio si fece riattaccare un bottone alla maglia che aveva addosso e fu, per questo, costretto a scoprirsi: era una piaga lunga sei o sette centimetri e larga due o tre centimetri; mi sembrava molto profonda, in quel momento non versava sangue».

Il sangue del venerdì

Frate Fortunato De Marzio da Serracapriola (FG) ha detto: «Le stimmate delle mani erano visibili durante la Messa, perché allora solo si toglieva i semiguanti. Assistendo alla Messa parata, potevo osservarle a mio agio. Sul dorso e sulla palma v’erano croste abbrunate simili a una rosa rosso-cupo. Al centro non v’erano croste ma un foro ricoperto da un’escara porosa da cui scaturiva continuamente sangue arterioso, specie il venerdì e le feste solenni dell’anno. Detto sangue scorreva tra le croste come tortuosi rivoletti di acqua in una scogliera».




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Per Romanelli non c’è spiegazione scientifica

Per fugare ogni dubbio sull’autenticità delle stimmate, ci sono le relazioni scritte dai medici che hanno eseguito accurate visite su Padre Pio. Campanella le riporta sempre ne I tre misteri di Padre Pio.

Il primo ad osservare con attenzione scientifica le lesioni comparse sul corpo del Cappuccino di Pietrelcina fu il dottor Luigi Romanelli, interpellato dall’allora ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia religiosa di Sant’Angelo – Foggia, padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis, che era anche il direttore spirituale di Padre Pio. Nella sua relazione, scritta dopo aver esaminato il futuro Santo nella serata del 15 maggio 1919 e nella mattinata seguente, Romanelli ha evidenziato il carattere non spiegabile scientificamente delle ferite:

Non sono, secondo il mio modo di giudicare, queste ferite classificabili tra le ferite comuni siano esse d’origine infettiva, siano traumatiche (…) Né si potrebbe, esclusa la ferita toracica, invocare e spiegare le zone dei piedi e delle mani, invocando una già avvenuta guarigione con ecchimosi residuale (…) Nella ferita toracica poi, quantunque senza alcuna medicazione adatta, come ho avuto agio di osservare per ben due volte in diverse ore, non vi è ombra della suppurazione (emissioni di pus, infezione, ecc NDR), mentre invece fuoriesce sangue rosso e fisiologico.




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Per Bignami è “colpa” della tintura di iodio

Il Sant’Uffizio voleva acquisire un parere ancora più autorevole e chiese all’Ordine dei Cappuccini di far visitare Padre Pio da un docente universitario, il professre Amico Bignami, ordinario di Patologia medica alla Regia Università di Roma. Bignami, non credente, sostenne che le ferite erano superficiali e la tintura di iodio, usata come disinfettante, aveva necrotizzato i tessuti.

«In nessun punto la lesione si approfonda: il derma non è affatto leso», scriveva nella sua relazione datata luglio 1919 e, avendo notato che tutte le zone necrotizzate e la cute circostante erano «fortemente colorate con tintura di iodio», che Padre Pio usava «come disinfettante un paio di volte alla settimana e anche più spesso; ed anche […] perché, a suo dire», se non la applicava, «le lesioni facilmente» sanguinavano, il clinico ha ipotizzato «che le lesioni descritte siano cominciate come prodotti patologici (necrosi multipla della cute) e siano state forse inconsciamente e per un fenomeno di suggestione, completate nella loro simmetria e mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio».

Per il docente universitario la tintura era vecchia e «fortemente irritante e caustica»: applicandola per molti mesi avrebbe creato l’alterazione della cute già preesistente.

Fallisce l’esperimento!

Bignami suggerì un esperimento: fasciare per otto giorni le piaghe di Padre Pio in modo che non le toccasse e non le alimentasse con la tintura di odio, incaricando quattro confratelli di fiducia del padre provinciale di togliere le bende al termine dell’esperimento. Si diceva «sicuro« che le stimmate «sarebbero scomparse».

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