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Duro monito del Cardinal Piacenza ai confessori: Gravissimo chattare mentre si confessa

CONFESSION
Antoine Mekary | ALETEIA
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La superficialità non può accompagnare il sacerdote durante un momento così importante come la confessione

Lunedì presso il Palazzo della Cancelleria si è svolto il XXIX Corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria apostolica presieduta dal Cardinale Mauro Piacenza, ed è stato proprio lui, nella sua Lectio a ribadire il ruolo pieno e centrale del confessore nella vita del cristiano, per farlo, tuttavia, bisogna avere immedesimarsi nell’«atteggiamento di Cristo». Il confessore per il Cardinal Piacenza è chiamato «ad amare la libertà del penitente, a rispettarla, anche quando le scelte che egli compie non appaiono ragionevoli né proporzionate con i doni ricevuti ed il cammino compiuto». Tuttavia «rispettare le scelte del penitente, non significa in alcun caso condividerle e “benedirle” », piuttosto significa «accettare di non potersi sostituire alla sua libertà». Mentre sarebbe un «grande errore della cultura contemporanea» quello di pretendere «non solo che le aberrazioni siano rispettate, ma che siano condivise e benedette e che nessuno si permetta di dire il contrario, di affermare l’esistenza, almeno, di un’alternativa reale e possibile».

Piacenza rivolge un severo richiamo a quei («taluni») confessori che sono stati visti «a “chattare sui social”, mentre i penitenti fanno la loro accusa». «Questo – ammonisce il porporato – è un atto gravissimo, che non ho timore di definire: “ateismo pratico”, e che mostra la fragilità della fede del confessore nell’evento soprannaturale di grazia che si sta vivendo! ». Il penitenziere maggiore cita poi san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, «grande ed esemplare confessore», per ricordare che «Dio ci perdona, anche se sa che peccheremo ancora». E ciò non significa «giustificare il peccato». Infatti questa affermazione «semplice e profonda » nasce dalla «realistica constatazione della fragilità umana e della ferita del “peccato delle origini”», che incide an- che «sulle facoltà superiori dell’uomo», come l’intelligenza «che non sempre conosce il vero», la libertà «che non sempre sceglie il bene», e volontà «che non sempre attua il bene» (Avvenire, 6 marzo).

La lectio aveva dunque come scopo richiamare sacerdoti, diaconi e seminaristi ad una maggiore responsabilità nei confronti dei fedeli che si accostano al sacramento e che sono alla ricerca di comprensione e perdono. Piacenza si è quindi soffermato sui giovani, del loro bisogno di essere accolti e capiti nelle loro contraddizioni, nel loro muoversi in un mondo per molti versi ostile al cristianesimo e dunque capace confondere.

E proprio a questo proposito si ricorda come sia necessario che «il tratto umano del confessore» accolga «ogni penitente, con ancora maggiore attenzione se giovane, con la stessa carità di Cristo». «I giovani con le loro speranze e delusioni, con i loro desideri e le loro contraddizioni e le loro paure, hanno urgente necessità di essere ascoltati, non soltanto dai propri coetanei (ammesso che siano capaci di ascolto), ma soprattutto da adulti veri, autorevoli, accoglienti, prudenti, capaci di una visione unitaria del mondo, dell’uomo e della vita, capaci da essere per i giovani, punti di riferimento saldi, affettivamente significativi ed esistenzialmente determinanti»

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