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“Dovete morire!”, urlava ai poliziotti. Lo sappiamo, signora, potremmo risponderle tutti quanti

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Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 02/03/18

Non è una professoressa ma una professionista delle manifestazioni "contro il sistema". La lettera che scrive al suo indirizzo, il giovanissimo Michele Fezzuoglio, ha commosso tante persone. Ma non so se toccherà davvero quella signora, anima "carismatica" del centro sociale "Gabri"

Pensando ai fatti di Torino risalenti al 22 febbraio scorso, alle loro conseguenze e alle reazioni dell’opinione pubblica sempre a rischio polarizzazione, ho cercato un punto abbastanza alto ma non troppo lontano dal quale guardare questa vicenda e gli uomini, le donne, i bambini che ne sono toccati.

C’è stato un bambino infatti, un fanciullo ormai di dodici anni che ha voluto scrivere una lettera alla signora erroneamente nota come “professoressa”. Proprio lei, quella che ha urlato minacce e insulti alle forze dell’ordine schierate in tenuta antisommossa per consentire la manifestazione del movimento CasaPound a Torino.

Ho ritrovato nella memoria e poi sui motori di ricerca, lo ammetto, un breve stralcio di un lungo brano di Peguy. Che con il suo stile tipico, affannoso e tenace, pedante e luminoso, si abbarbica su su per i pensieri e giù giù nei cuori degli uomini, lungo le coste impervie dei loro tanti misteri, alla ricerca spasmodica del nucleo centrale di senso. Qui parla del padre, il padre di famiglia. Ecco, proprio questo sperone di roccia, mi è parso il punto di vista ideale per questa vicenda. Per poterla guardare prima che venga inghiottita dai flutti dei social e delle nuove mareggiate di notizie in arrivo.

“Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.” (Veronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale di Charles Péguy)

E il padre di Michele, autore della lettera, da vivo e in quanto tale in costante pericolo di morte, non tanto e non solo per essere un carabiniere ma per essere padre, un padre di famiglia, è morto. Ucciso nel mondo da uno dei tanti pericoli del mondo. A Umbertide, in via Andreani, sul lato destro della strada che il ragazzino si immagina di percorrere per mano a Lavinia, la “prof” rabbiosa più visualizzata del web alla quale rivolge la missiva.


MIGUEL AGUADO

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Sì, è vero è stato ucciso da un rapinatore rimasto fuori della banca dove la volante del 112 era arrivata di furia per liberare i civili, per difendere i cittadini; scrive Michele, nato da un padre che lo ha fatto quasi subito orfano. E lo scrive con una lingua acerba ma già esercitata, già capace di intingersi nella tinta forte del pathos, di usare figure, stilemi che attirino il lettore dentro, nel cuore di quello che vuole che proviamo. Compassione, dolore, gratitudine per il suo grande papà che gli manca terribilmente.

Anche la professoressa, che invece è una maestra elementare che faceva (forse non farà più?) compresenza all’Istituto Leonardo da Vinci di Torino è una specie di nobile pretesto.

La pagina dei Carabinieri che ha condiviso lo scritto di Michele, figlio di Donato, Carabiniere scelto, ucciso nel 2006, fa della sua riflessione l’occasione bella di una solidarietà fiera tra uomini che per lavoro vanno quasi a morire. Non sempre, grazie a Dio: carabinieri e poliziotti. L’Huffington post si sbaglia, infatti, e accusa la non prof di augurare la morte ad un carabiniere.

E non credo nemmeno che la cosa possa disturbare molto lei, Lavinia Flavia Cassaro, nè offendere, Michele Fezzuolgio, che anzi sa bene quanto avere un padre nell’arma dei Carabinieri non sia tanto diverso da averlo tra le fila (poche, schierate contro i cosiddetti antifascisti, tanti, spesso e non tanto male in arnese) della Polizia di Stato.

Ed è questo, caro Michele (ora mi rivolgo direttamente a te) che tu sai meglio di tutti noi. Che siamo tutti e ciascuno, buoni e cattivi, guardati a vista dalla morte.

Scusami, ragazzino costretto a sfoggiare coraggio e fierezza, se anche io compio questa forzatura: usare i tuoi sentimenti, esposti come una corona d’alloro a rendere onore al tuo grande papà (la morte con la sua fretta deve avergli tolto anche difetti e bassezze), per dire quel che penso io e non tu.

Eppure quando inviti la professoressa (impropriamente detta) a tornare a casa e ad abbracciare suo padre è proprio a questo mistero  vivido, truce quasi, come una ferita sguaiata, che fai pensare. Questo modo di essere della vita, violenta, esposta, buttata là. In un mondo che non sarebbe mai stato tutto di colori (credimi, tuo padre lo sapeva. E sarebbe stato capace di insegnarti ad amare, a sacrificarti e a morire per ciò che di bello e vero nel mondo pure esiste e resiste).

“Basta prof, la lascio tornare a casa, nel tragitto rifletta della lezione noiosa. Quando è arrivata guardi negli occhi suo padre e lo abbracci…”

Hai scritto questo. Sei un ragazzino sveglio; hai imparato a leggere presto. A quattro anni e mezzo leggevi i nomi sulle lapidi. Sai toccare corde tese e pronte a vibrare forte per il bisogno di tutti di provare struggimento.

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polizia
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