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Come amare la Quaresima quando ti terrorizza

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Win McNamee/Getty Images North America/AFP

Anna O'Neil - pubblicato il 23/02/18

Ho trasecolato quando mi sono imbattuta in qualcuno che amava davvero la Quaresima, ma ora penso di capire

“Amo la Quaresima”, mi ha detto una volta un amico. “È il mio periodo liturgico preferito”. Penso di averlo guardato come se avesse due teste. Chi mai sulla Terra ama davvero la Quaresima? Per me, per quanto posso ricordare, è sempre stata un periodo di senso di colpa e ansia, con sfumature di panico.

Lotto con la scrupolosità, il che per me significa avere una forte propensione alla paura – paura di non fare la volontà di Dio, paura di non salvarmi, paura di sbagliare qualunque cosa faccia e paura che perfino le mie intenzioni siano sbagliate, irrimediabilmente sbagliate. E purtroppo la Quaresima, un periodo di pentimento e penitenza, tende a esacerbare questi comportamenti.

Faccio propositi estremi che fallisco a mantenere. Quando riesco ad attenermi a qualche impegno più semplice, trascorro tutto il tempo preoccupandomi del fatto che il sacrificio sia stato compiuto con lo spirito giusto. Avrei potuto fare di meglio? E i miei peccati non sono tali che dovrei praticare un severo ascetismo?

Sì, lo sono, ma so bene quanto voi che questi modelli di pensiero non mi portano a Dio. Potete quindi capire perché abbia trasecolato quando mi sono imbattuta in una persona che professava di amare davvero la Quaresima. Ero curiosa, e mentre ci rimuginavo sopra ho capito che la chiave era il fatto che il suo approccio alla Quaresima era del tutto diverso dal mio.

Per me la Quaresima riguarda il mio male personale, le mie mancanze, la mia totale incapacità di vivere in base ai miei standard spirituali. Per lui la Quaresima riguardava la compassione di Dio, la Sua paternità – in una parola, la Sua misericordia.

Giorni fa ho visto una vignetta che mi ha colpito. Diceva di non dire “Scusa, sono sempre in ritardo”, ma “Grazie per la tua pazienza”; di non dire “Scusa se sono una grande delusione”, ma “Grazie perché speri in me”. Non c’è niente di male a riconoscere le proprie mancanze, e il pentimento è senz’altro necessario, ma questo approccio sceglie di cambiare il punto focale, spostandolo sulla bontà dell’altra persona piuttosto che sulla propria “malvagità”, non scusando al contempo il male fatto.

È la mia chiave per riuscire ad amare la Quaresima. Devo vedere i miei peccati e pentirmene. È una cosa non negoziabile. È solo che non devo concentrarmi su quei peccati. Se devio lo sguardo dal mio io spezzato e lacunoso (il modo in cui mi vedo spesso) e mi concentro sulla compassione di Dio, sul suo perdono e sull’abisso della Sua misericordia, vivrò al massimo la Quaresima.

La Quaresima non riguarda i nostri peccati. Se fosse così non potremmo far altro che disperare. Riguarda la risposta misericordiosa di Dio alla nostra peccaminosità quando ci pentiamo. Ci pentiamo perché ci è stato detto di sperare nella misericordia di Dio, e non si può usare la parola “misericordia” al di fuori del contesto del peccato. La misericordia è la risposta di Dio al peccato, quindi concentrarsi sulla misericordia di Dio ci porterà a un pentimento più perfetto, ma senza il fardello troppo pesante della paura. Non abbiamo nulla da temere dal nostro Padre misericordioso. Sono grata per il periodo della Quaresima, e per l’opportunità di tenere sempre a mente la misericordia divina.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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