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In che modo le date delle feste pagane hanno influenzato le feste cristiane?

ST JOSEPH,THE WORKER CARPENTER, JESUS,CHILDHOOD OF CHRIST
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Una diatriba ricorrente, perlopiù in bilico tra giacobinismo di terza mano e apologetica d’accatto. Eppure le questioni legate ai calendari antichi e alle ricorrenze liturgiche sono tanto complesse e spesso intricate da richiedere ben altra disposizione. Qui proviamo a fornire uno scorcio d’insieme.

[…] dal confronto dei calendarî ebraici con quello giuliano, Gianantonio Borgonovo ha forse introdotto elementi decisivi […] : «La prima osservazione, sottolinea Borgonovo, è la seguente: “Il 25 dicembre e il 6 gennaio fanno riferimento alla stessa data, ovvero il 25 di Tevet del calendario ebraico”. “Il 25 dicembre – prosegue – sarebbe la trascrizione popolare del giorno ebraico, mentre il 6 gennaio ne sarebbe l’equivalente preciso”». Non solo, ma tenendo per ferma l’ipotesi della coincidenza storica delle due date come risultanza di una sovrapposizione di calendarî, sarebbe possibile anche individuare l’anno esatto della nascita storica di Cristo: tra il 10 a.C. e il 10 d.C. «un solo anno – infatti – presenta l’equivalenza del 25 di Tevet con il 6 gennaio. Precisamente è il 3.756 dalla creazione del mondo secondo il computo ebraico. È il nostro 5 a.C.».

Quella dei calendari antichi e dei sistemi di datazione è una scienza complessa che richiede grande erudizione e fine intelligenza (sono davvero pochi al mondo a padroneggiarla): dal confronto coi calendari cultuali del tempio e con quelli liturgici delle prime comunità cristiane, dunque, sembrerebbe che le datazioni di concezione e nascita di Gesù siano state calcolate a partire da quelle corrispettive del Battista, a loro volta calcolate dai turni sacerdotali del servizio di Zaccaria (in pratica facendo affidamento sul dettato del testo di Lc 1. In effetti si deve riconoscere che l’ottavo giorno dalle Calende di Gennaio (ossia Natale) cade esattamente sei mesi dopo il 24 giugno, nascita del Battista. Il cerchio si chiude sapendo che anticamente si celebrava in Egitto, almeno dall’inizio del III secolo, anche la festa della concezione di Giovanni Battista – il 24 settembre. A fronte di tutta questa mole di dati, si vede bene come resti poca cosa della scialba obiezione sulla festa del sol invictus (99 volte su 100 chi pone l’obiezione non sa poi dire quando sarebbe stata istituita la festa pagana, ma vuole sindacare su quella cristiana).

Ora, se ci limitassimo a questo tipo di constatazioni staremmo semplicemente scegliendo di schierarci tra gli apologeti fai-da-te, ovvero staremmo deliberatamente trascurando – per quanto con argomenti rocciosi – almeno un paio di considerazioni liminari, che invece ci occorrono per inquadrare bene l’argomento.

Quali sono tali considerazioni?

  • Anzitutto che il confronto tra il cristianesimo e “il mondo pagano” non si limita alla sola antichità classica ed ellenistica (dunque greco-romana), ma abbraccia tutta una serie di macro- e microambienti culturali distinti da questo primo: tipo l’Africa non-mediterranea di Numidia ed Eritrea, o l’Asia non mediterranea dell’India e dell’Arabia; o ancora l’Europa non mediterranea delle isole e delle penisole del Nord.
  • In secondo luogo, poi, che fu uno sbaglio ideologico proprio di certa teologia protestante liberale del XIX secolo quello di concepire il cristianesimo come una mai meglio precisata pura essenza a sé stante, che sarebbe successivamente entrata in contatto con variegati ambienti culturali. Un’impostazione fallace che non poteva produrre se non aporie ed errori, dal momento che già da sempre il cristianesimo è nato come meticciato di giudaismo (il quale a sua volta era tutt’altro che monolitico) ed ellenismo (eterogeneo per definizione).

Ma per provare a comporre queste due considerazioni in un discorso complessivo fluido e duttile ci appoggiamo a uno dei miei maestri negli studi di patristica. Bruno Luiselli, parlando di cose non immediatamente attigue al nostro tema, lo diceva:

E una cosa è da sottolineare: grazie all’inculturazione, l’insegnamento cristiano si faceva, come si fa oggi, rispettoso delle culture, si confrontava con esse, vi si incarnava e vi si radicava talmente da produrre nuove ricchezze culturali. Nel volgersi, poi, alle genti del mondo extra romano (come da mandato messianico: «Andate e insegnate a tutte le genti» [Mt 28,19]), il cristianesimo continuava la sua inculturazione nei vari versanti allora detti barbarici, utilizzando lingue e culture delle loro masse. Ma, non disponendo quei versanti degli ausili all’ermeneutica biblica che all’interno della romanità erano le disciplinae (o artes) liberales, queste stesse venivano dunque introdotte negli orizzonti della cristianizzazione dei barbari. Di conseguenza, quella che all’interno del mondo romano era stata l’inculturazione del secondo livello, cioè del livello delle élites intellettuali, si trasformava in acculturazione in senso romano, che di fatto creava, via via, intellettuali cristiani non romani ma romanamente acculturati. Con la progressiva cristianizzazione del mondo non romano, l’inculturazione cristiana, messa in opera dalla predicazione e dalla catechesi delle masse, e l’acculturazione intellettuale romana, comportata dallo studio e dall’insegnamento del testo scritturistico, procedevano dunque, via via, parallelamente, e attraverso esse la stessa cristianizzazione da una parte, legittimando e valorizzando le lingue e le culture locali, favoriva, di fatto, la genesi della pluralità delle letterature in lingue volgari (e “nazionali”), dall’altra produceva la genesi della koinè intellettuale e sovranazionale linguisticamente e culturalmente di formazione romana tradizionale e portatrice di cultura classica. Con ciò, dunque, il cristianesimo diveniva motore centrale nel processo di formazione culturale dell’Europa.

Bruno Luiselli, Gotica, letteratura, in NDPAC 2384-2394, 2385

Feste cristiane più o meno “pure”

Questo si dica e si ritenga per quanto riguarda un discorso di metodo. Se invece volessimo proporre una qualche – necessariamente approssimativa – tassonomia nel merito, cioè uno schema di come si possano suddividere le feste cristiane in ordine al loro minore o maggiore grado di “contaminazione esterna”, proporrei la seguente tripartizione:

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