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A che cosa serve un teologo?

WOMAN READING THE BIBLE
By Kjetil Kolbjornsrud | Shutterstock
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Padre Bernard Sesboüé, SJ risponde alla giornalista Sophie de Villeneuve

In questi giorni è stata pubblicata in rete la trascrizione di una breve ma intensa intervista che Sophie de Villeneuve, giornalista di Radio Notre-Dame, ha condotto con Bernard Sesboüé, dal titolo: «Abbiamo ancora bisogno dei teologi?». La traduciamo e la proponiamo ai nostri lettori e lettrici, convinti che sia sempre opportuno richiamare il senso e le ragioni della funzione ecclesiale svolta dalla teologia (e… da coloro che vi si dedicano con passione). Nella loro semplicità, le riflessioni del noto gesuita francese – che per Queriniana ha pubblicato, fra l’altro, una pregevole sintesi teologica, essenziale e chiarificatrice, riproposta ora in quinta edizione – sono dense di significato e del tutto condivisibili.

Un internauta ci pone questa domanda: «La chiesa ha bisogno dei teologi?»

Trovo questa domanda un po’ inquietante, perché sembra sottintendere che la teologia non interessi a nessuno; e che c’è gente che perde tempo a interrogarsi su questioni estremamente complesse, là dove invece potremmo benissimo farne a meno. È per me il segno che il contenuto della fede non suscita più interesse. E che la chiesa in fondo non ha bisogno del lavoro di quanti tentano d’interpretare la fede, di ritradurla, di renderla comprensibile – lavoro che esige di essere sempre rifatto a ogni generazione. Ma come sarebbe una chiesa che dicesse ai teologi che ciò che fanno non le interessa? Vorrebbe dire che tutte le affermazioni di fede verrebbero ripetute a pappagallo e perderebbero poco a poco il loro senso. Ma noi sappiamo quanto è difficile far comprendere il vero significato delle affermazioni teologiche e dottrinali. Una fede che si accontentasse della ripetizione, in fin dei conti, potrebbe dire qualunque cosa, senza dare fastidio a nessuno. Che vi siano tre persone nella Trinità e non quattro, che differenza farebbe?


Può darsi che, dietro a questa domanda un po’ impertinente, vi sia anche la convinzione che la teologia complichi le cose. O no?

Lo si può affermare per alcune epoche, in particolare quella della neoscolastica del XIX secolo, di cui siamo gli eredi: si può pensare che quella teologia abbia posto delle questioni inutili.

Cos’è la Scolastica?

Nella storia della chiesa siamo soliti distinguere la teologia dei padri della chiesa, nel periodo che va dal I al VI-VII secolo. Nel Medioevo si sono poi sviluppate un certo numero di scuole di teologia, e siamo passati a una teologia che voleva essere più scientifica, ma anche più “di scuola”; la Scolastica ha appunto dominato il Medioevo, compiendo degli sforzi espositivi e di riflessione molto interessanti. Nel XVI secolo si è pensato di aver speculato a sufficienza, e si è tornati alla storia, in particolare con una teologia controversistica che vedeva su fronti opposti i cattolici e i protestanti; qui le domande venivano poste a livello storico: quale chiesa può dirsi la vera erede della chiesa primitiva? Il XVIII secolo è stato, per la teologia, un secolo piuttosto anonimo, essendo stato il grande momento della filosofia, specialmente con l’Idealismo tedesco (si pensi soprattutto a Kant), che ha rinnovato i modi del pensare. Con il XIX secolo ha avuto luogo un rinnovamento teologico grazie alla scuola tedesca di Tubinga. A metà del XIX secolo papa Leone XIII ha voluto rilanciare una nuova teologia scolastica. Già la tarda Scolastica del XV-XVI secolo aveva posto delle questioni inutili, e ora nel XIX secolo si ritrova questo brusio teologico di fondo, estraneo a una fede più popolare. Il XX secolo, d’altro canto, si è rivelato un grandissimo secolo teologico: in Francia, per dire, vi sono stati dei grandi teologi, nella famiglia domenicana e in quella gesuita (Congar, de Lubac e molti altri), che hanno davvero rilanciato una nuova teologia, producendo molte novità nella comprensione e nell’interpretazione dei dogmi.

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