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E se Adamo ed Eva non avessero peccato, che ne sarebbe stato di noi?

© Wikimedia
Adam et Eve par Rubens.
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Intervista al professor Gianluca Briguglia che da poco ha pubblicato un volume che ripercorre la storia della filosofia e della teologia politica medievale per capire “come si sta insieme se siamo tutti peccatori?”

Torniamo dunque al testo del volume di Gianluca Briguglia, in esso il tema della caduta dei nostri progenitori ha modificato la natura dell’uomo trova ampio spazio. Questo evento ha cambiato l’umanità rendendola preda di paure e istinti e di molte pulsioni antisociali che assediano la coscienza ogni essere umano e rendono la convivenza un progetto instabile e sempre incompleto.

Il peccato originale determina dunque una cesura, un salto, che segna la distanza irrimediabile tra due stati dell’uomo, quello della natura innocente e quello della natura decaduta, lapsa, che pero in questo modo vengono a implicarsi a vicenda, tanto da dover essere spesso analizzate congiuntamente. Lo stato d’innocenza presuppone infatti, nell’analisi di questi autori, la condizione umana storica, la nostra, come la conosciamo, la quale a sua volta si comprende solo in riferimento alla caduta che la separa dall’innocenza. […] va invece sottolineato che il congegno agostiniano ha delle conseguenze per il tema politico, che qui ci interessa. Se i progenitori sono caduti, se lo stato d’innocenza e perduto, allora il disordine che questo ha determinato si configura anche come problema politico, o meglio come antropologia politica. In che modo rimediare allo stato di sopraffazione e d’incertezza della natura umana, al bisogno, alla potenziale lotta di tutti contro tutti? E ben nota l’idea che il potere, la proprietà, la coercizione, addirittura la guerra possano essere considerati come rimedi alla caduta, perché possono frenare il male del peccato, almeno nei suoi effetti sulla convivenza. Agostino lo ribadisce, e si tratta di concezioni spesso già presenti nel pensiero cristiano. Pensare dunque allo stato d’innocenza, ad Adamo ed Eva, e pensare soprattutto a una posizione di realismo politico, fondata su una specifica antropologia (che può variare). Ma se vogliamo parlare di realismo dobbiamo pur ammettere che esso si poggia su un senso di realtà certamente particolare. Interessante è infatti che a partire da Agostino, fino a tutto il Medioevo e a gran parte dell’epoca moderna, ci si sia chiesti “Che cosa sarebbe successo se i progenitori non fossero caduti?”

Una domanda che affiora sin dalle prime pagine così come è affiorata abbastanza repentinamente nella storia del pensiero cristiano e occidentale, cioè: se Adamo ed Eva non fossero caduti, sarebbero esistiti il governo dell’uomo sull’uomo, il potere politico, la proprietà, la famiglia come la conosciamo, per non parlare della guerra, la servitù, l’assoggettamento?

Tutto questo sarebbe stato compatibile con la natura umana così come uscita dalle mani di Dio prima della disobbedienza di Adamo e di Eva? Insomma il potere e le sue istituzioni sono conseguenza, diretta o indiretta, del peccato (magari come possibile rimedio a disordini nella vita sociale), o sono già presenti, e se sì in quale forma, nella condizione umana che precede la caduta, cioè lo stato d’innocenza?

E del resto che il nesso tra peccato e condizione umana sia una “scoperta” agostiniana è noto:

«Come pena di quel peccato che cosa fu dato in cambio della disobbedienza se non la disobbedienza? Non c’è altra infelicità per l’uomo che la disobbedienza di sé stesso contro sé stesso, al punto da volere ciò che non può perché non volle ciò che poteva». Solo un retore come Agostino poteva rendere (e probabilmente concepire) le conseguenze dell’evento centrale del racconto della prima parte della Genesi (e di gran parte della sua stessa propria antropologia) come un giro sintattico e retorico così semplice e complesso allo stesso tempo.

Una occasione di ripensamento delle categorie costitutive della politica della giurisprudenza e della questione sempre complessa – oggi più che mai – della convivenza da un’ottica diversa e anche – per il credente – una occasione di confrontarsi con una parte molto importante del pensiero cristiano, spesso però lasciato in disparte a favore esclusivo della morale e dell’etica individuale, eppure, quando l’amore non fosse sufficiente, anche il sopportarsi reciprocamente è un dovere irrinunciabile, giusto quindi porsi il problema di come (e perché!) affidiamo alcune funzioni alla Politica.

 

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