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Mindfulness per alleviare l’emicrania?

Shutterstock
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Secondo uno studio recente, il mindfulness può influire sul modo in cui proviamo fisicamente il dolore

Dolore” è una parola sola, ma in senso neurologico si tratta di tre attività indipendenti nel cervello, e anche se due sono fondamentalmente fuori dal nostro controllo una non lo è. Visto che sto scrivendo mentre ho l’emicrania, ho potuto verificare che questa informazione mi sta aiutando in questa mattinata tanto difficile, il che non è di poco conto. Mi spiego.

Secondo uno studio pubblicato nel 2016 dal Centro Nazionale per l’Informazione Biotecnologica degli Stati Uniti, il dolore è composto da tre elementi:

1. Sensoriale: una sensazione di dolore come risultato del fatto che qualcosa di fisico nel corpo è stato danneggiato o non funziona correttamente.
2. Cognitivo: l’essersi resi conto del fatto che si prova dolore e ci si pensa.
3. Affettivo-motivante: considerare il dolore qualcosa di sgradevole e volere che passi.

In una risonanza magnetica, ogni elemento di quello che proviamo come dolore appare come un’attività diversa nel cervello. Parlando a livello mentale, non c’è nulla da fare se una parte del corpo non funziona come dovrebbe e fa male.

E a meno che non si stia dormendo non si avrà molto successo se si cerca di eliminare l’aspetto cognitivo del dolore. Non è possibile non rendersi conto del fatto che qualcosa fa male. Ma cosa accade con il terzo elemento, quello affettivo-motivante? Beh, questa è un’altra storia.

In base allo studio, la pratica del mindfulness, il metodo di meditazione noto anche come “piena consapevolezza”, può alterare fisicamente l’attività neuronale corrispondente al modo in cui il cervello sente questo terzo elemento del dolore, così da poterne alterare l’intensità.

Al margine di tutta questa scienza formale, i sostenitori del mindfulness hanno riconosciuto questo fenomeno e hanno creato il proprio linguaggio, classificando il dolore in due categorie:

dolore primario, ovvero la sensazione di dolore in sé
dolore secondario, ovvero la nostra resistenza naturale al dolore, quella parte in cui pensiamo “Odio questa cosa, vorrei che finisse subito, è orribile”. È questo dolore secondario che può essere in qualche misura controllato.

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