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Figlia tossicodipendente ai genitori: siete anche voi responsabili di tutto questo

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Una lettera coraggiosa e bruciante come spesso tocca essere alla verità: una giovane donna si rivolge tremante ai propri genitori perché anche dalla loro presa di coscienza dipende la sua guarigione

“Ho bisogno che accettiate che siete in parte responsabili per come è andata la mia vita”, esordisce Elisabeth Brico, scrittrice freelance del Nordovest pacifico. E prosegue implorando i propri genitori di ascoltarla davvero. Di credere che abbia qualcosa di decisivo da dire loro.

Si fidino, questa volta, anche se è difficile e lei lo sa.

“Perciò, la prima cosa che vi chiedo è di fidarvi. Non sto cercando di mettere in piedi scuse o bugie. Non sto cercando di manipolarvi, anche se farebbe meno male pensare a queste parole come a una manipolazione. Ma sto davvero cercando di dirvi una cosa importante. Per favore ascoltatemi.”

Si legge, nell’opera di mettere le parole una dietro l’altra, la fatica di scavare una terra dura, dentro di sè e nella propria vita famigliare, perché torni alla luce la bellezza originaria di quella figlia, della bambina che sente ancora viva e intanta e che, ancora, vuole renderli fieri. Si capisce come Elizabeth abbia imparato, prima dei suoi, a leggere la propria famiglia come un organismo complesso ma unico, intero. Dove non ci sono individui ma persone. Dove lei, quasi quasi, è il sintomo di una malattia che ha alzato la febbre a tutto il corpo.

Il messaggio chiave di questa lettera non è una uscita secondaria, defilata, per non attraversare la grande sala della responsabilità personale, della libertà, anche di fare e di farsi del male. E’ un’altra cosa. Ascoltiamo le sue parole:

“(…)non ho mai dimenticato la bambina di belle speranze che ero. È sempre stata con me, anche quando viveva nel corpo di una persona malata, tremebonda. I miei sogni erano ancora tutti lì, intatti. Anche allora volevo fare grandi cose—per rendervi orgogliosi. Ma dovevo prima smettere di stare male.

Sapete di cosa parlavamo sempre io e i miei amici quando ci facevamo insieme? Di cosa avremmo fatto una volta che fossimo stati puliti. Non vedevamo l’ora. Sembrava vicinissimo—davvero a portata di mano—il momento in cui avremmo scritto quel bestseller, o vinto qualche riconoscimento come costumista, o aperto una casa-rifugio per giovani bisognosi. Ci attaccavamo a quei sogni come quando eravamo piccoli, quando voi ci credevate ancora.” (dalla Lettera pubblicata da Elizabeth Brico)

Che paradosso. Ha un che di tragico e di patetico insieme. Ciò che li faceva credere capaci di uscire dalla schiavitù della droga erano le manette che l’eroina stringeva loro ai polsi.

Quello che dice subito dopo mi ha colpito come un manrovescio: è così per ogni figlio, è così per me, figlia tuttora, è così per le mie ragazzine preadolescenti. Esattamente quando si presentano meno amabili, più respingenti, moleste, sgradevoli proprio in quel momento, con quelle facce, quelle espressioni, quei rifiuti urlati, sono massimamente bisognose di amore. Quando non sono affatto amabili, sono da amare. Dobbiamo comandarcelo.

Quando ero nei miei momenti peggiori, più brutta che mai—le labbra molli, la testa ciondoloni, le palpebre semichiuse su pupille che giravano impazzite come un pinball nelle orbite—speravo che mi avreste abbracciato. E invece, voi ve ne siete andati. Non vi biasimo. È una visione orribile, lo so. Forse sarebbe stato più facile se avessi trovato il modo di dirvi che ero solo nascosta”.

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