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Il testamento spirituale di Carlo Carretto

L'Osservatore Romano - pubblicato il 09/02/18


Per quanto riguarda il contenuto, Carretto — una delle voci religiose più popolari del nostro tempo — deplora la fissità di coloro che guardano con preoccupazione più al passato che al futuro. Nella Chiesa ci sono ovviamente tanti che continuano ad affermare che i giovani di oggi sono perduti, che ormai non ci sono più vocazioni, che pochi frequentano la messa… Per tutti loro Carretto, ormai stanco di questo discorso così pessimista, scrive invitando a guardare al domani («Il domani sarà migliore di oggi» è infatti una delle sue espressioni più emblematiche).
Dopo trent’anni di militanza nell’Azione cattolica e dopo dieci anni nel deserto (dove scopre che quanto più hai bisogno della fede, meno la senti), la parola di questo scrittore e consacrato ci deve far riflettere, soprattutto per la sua attitudine: «Sono come un bambino che deve imparare», confessa. È bellissimo leggere una frase del genere.
L’impressione dell’autore è che la Chiesa, con cui si identifica e verso la quale professa un amore pressoché infinito, si trovi oggi nell’occhio del ciclone. Le sue risorse per attenersi a Cristo sono illimitate; ma la sua malattia può essere mortale, poiché è gravemente affetta dalla paura. Proprio quando non ci sarebbero ragioni valide per avere paura, alla luce della grande novità del concilio Vaticano ii, è proprio ora che la Chiesa, i credenti, hanno, abbiamo, paura. «Se si chiude un seminario non mi viene in mente di dubitare che mi mancherà un prete a darmi l’Eucaristia», scrive Carretto. «Se si vende il Vaticano non tremo pensando che tutto è finito e che Dio è stato vinto dal male».
Sì, queste pagine sono scritte a mo’ di un lungo esorcismo contro la paura. La voce del profeta Carretto si alza per denunciare chi alimenta il popolo con fiacche devozioni pietose, invece che con la forza della Parola della Scrittura. Questo profeta di questi nuovi tempi ci esorta a tornare a vivere secondo lo stile delle prime comunità cristiane, dove regnavano il servizio, l’impegno, la povertà e la carità.

Logicamente alla base di questo amore per la Chiesa c’è l’amore per il Padre, simile a una lezione di fiducia imparata da Carretto a forza di deserto e solitudine. «Se Dio è mio Padre — scrive — posso stare tranquillo e vivere in pace: sono assicurato per la vita e per la morte, per il tempo e per l’eterno». Perché se Dio è Padre — continua a scrivere — non posso concepire che quello che mi succede sia frutto del caso, bensì di un bellissimo disegno d’amore. Questo Dio Padre, così misericordioso, chiede all’uomo ciò che l’uomo chiede a Lui: «Nell’attesa del Regno, fa’ tu il regno. Nell’attesa di essermi figlio, fa’ tu da padre. Nell’attesa della giustizia e della pace, fa’ tu la giustizia e la pace (…). Vuoi essere perdonato, perdona. Vuoi essere sfamato, sfama. Vuoi essere liberato, libera».




Leggi anche:
“Il Cristo di Charles de Foucauld”

E tutto questo come risulta evidente sin dal titolo del libro, a braccetto di Charles de Foucauld il più grande — e più piccolo — Padre del deserto contemporaneo, del quale Carlo Carretto si sente figlio spirituale. Perché qualsiasi grande uomo che voglia scrivere — per quanto piccolo o persino insignificante sia il suo aspetto — deve confrontarsi con i grandi uomini e i grandi testi. Carretto, dal canto suo, si confronta con Foucauld, sicuramente il più grande testimone di Gesù Cristo a cavallo tra il XIX e XX secolo, proprio per essere il più piccolo. Il Vangelo, in questo senso, è il libro sul quale ogni occidentale che voglia fare i conti con la propria cultura dovrebbe riflettere. Con costanti riferimenti a scene evangeliche, citazioni di lettere di san Paolo e allusioni a brani dell’Antico Testamento, Padre mio mi abbandono a te è permeato della forza dei libri biblici, per così dire.

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paurasperanza
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