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Il testamento spirituale di Carlo Carretto

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Contro la malattia della paura

di Pablo d’Ors

Al culmine della sua carriera professionale e pubblica, Carlo Carretto (1910-1988) decise di ritirarsi nel deserto. Disse che non riteneva che Dio avesse bisogno del suo agire o del suo parlare; disse che ciò che Dio voleva da lui era sicuramente la sua compagnia e la sua preghiera. E agì di conseguenza. Questo mi colpisce. La ritengo una scelta coerente e, in un certo senso, provocatoria. Mi fa pensare che potrei essere chiamato anch’io, in qualche modo, a qualcosa di simile. Questo è il massimo che uno scrittore e i suoi libri possano produrre: una messa in discussione della propria vita, un desiderio di cambiare, di essere una persona migliore, più fedele e più libera, più te stesso e di Dio.

Il presente libro, di cui mi è stato chiesto di redigere la prefazione, è stato scritto con il cuore, nessuno ne può dubitare È stato scritto non solo da uno spirito in ricerca, ma da qualcuno che, in un certo senso, ha trovato. Carlo Carretto — che avevo letto quando ero giovane e che ora ho avuto il privilegio di rileggere — scrive in modo colloquiale, come un amico che dice all’altro ciò che pensa. Non c’è nella sua prosa alcuna ricercatezza letteraria, bensì la mera intenzione di trasmettere, il più direttamente e semplicemente possibile, un’eredità e un’esperienza.
Si tratta di un’opera in prosa, sebbene, nello scrivere con tanti punti e a capo, a prima vista il testo possa far pensare a un poema, come una specie di lunga poesia scritta partendo dal profondo del cuore di un credente e diretta al cuore della Chiesa. A mio avviso, solo uomini e donne di Chiesa potranno capire come si possa parlare — scrivere — con tanta passione della Chiesa. Il resto dei lettori non entrerà in questo libro, non lo sopporterà; lo riterrà estraneo ai propri interessi e alla propria sensibilità.

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