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La saggia lezione di un’addetta alle pulizie a un medico malato di cancro

Benchawan Suasuk - Shutterstock
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La dimensione costitutiva più importante di una persona è quella spirituale

Sono medico oncologo, e nella mia lunga esperienza lavorativa ho sempre creduto che avrei visto la malattia negli altri, ma ho smesso di essere un mero spettatore quando sono diventato un’altra vittima, e anche se nel mio caso è curabile ho sentito chiaramente il tocco della morte.

Per questo ho sentito l’impulso di correggere molti errori nella mia vita di cui ero ben consapevole – rimandando sempre il momento di affrontarli -, soprattutto il fatto di aver trascurato molto la mia famiglia, cosa che cercavo di compensare assicurandole un elevato tenore di vita.

“Domani inizio”, dicevo dentro di me. Un proposito che ho rinnovato per vari giorni senza far nulla al riguardo, finché ho smesso di propormelo perché troppo assorbito dal lavoro.

Poco tempo dopo, nell’ospedale in cui lavoro, stavo assistendo un’anziana che aveva lavorato come addetta alle pulizie della struttura e ora era malata di cancro in fase terminale. All’improvviso mi ha preso le mani tra le sue e mi ha sorpreso dicendomi:

“Dottore, sa che la mia vita non vale nulla? Mi resta poco tempo e respiro appena, consapevole del fatto che pochi anni dopo la mia morte nessuno si ricorderà di me. Sarò forse come un piccolissimo batuffolo di polvere che fluttua nell’immensità di un universo scuro, freddo e sconosciuto”. Mentre parlava mi guardava negli occhi come per affacciarsi alla profondità del mio essere.

Sconcertato, ho pensato che cercasse consolazione, quando improvvisamente il suo volto si è illuminato con un sorriso arguto, e stringendomi dolcemente le mani mi ha detto:

“Dottore, è uno scherzo! Sono la cosa più preziosa che sia mai esistita, la più favolosa e meravigliosa, la più amata e indimenticabile nel cuore di chi mi ha chiamata alla vita temporale e ora mi chiama per tenermi eternamente accanto a Lui”. Mentre le prescrivevo dei potenti analgesici per lenire il suo dolore, mi ha confessato che non era mai stata felice come in quel momento.

Per la prima volta ho ammesso che mi trovavo davanti a un corpo che si stava disfacendo e a uno spirito indistruttibile per la fede che aveva, senza neanche sapere che religione professasse.

Poi ho visto che con le poche forze che le rimanevano camminava tra i letti parlando con gli infermieri, aiutandoli con qualche attenzione, come leggere per loro, raccontare storie, esortarli e confortarli, dimenticando del tutto se stessa.

Era così libera, felice e fiduciosa che mi ha fatto pensare che più della chemioterapia del mio trattamento era della medicina dello spirito che avevo bisogno.

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