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Ma davvero Patrizia Cocco è la prima ad avere "goduto" delle DAT?

PATRIZIA COCCO

Facebook I Patrizia Cocco

Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 07/02/18

Un caso usato ancora una volta per forzare l'opinione pubblica: più che dichiarazioni anticipate di trattamento i fatti intorno alla signora di Nuoro assumono i connotati di un intervento eutanasico

Patrizia Cocco è la prima persona ad aver usufruito delle DAT, Disposizioni Anticipate di Trattamento. LEGGE 22 dicembre 2017, n. 219, approvata dal Parlamento italiano il 14 dicembre 2017 pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018 che ne dichiara l’entrata in vigore il 31 gennaio 2018.

Almeno così titolano i giornali. Che in realtà declinano la faccenda più o meno in questa maniera: la prima non costretta ad andare in Svizzera per ottenere la sospensione delle cure (compresa però la ventilazione assistita e pure l’idratazione e l’alimentazione). Come era solerte ieri Cappato a dare indicazioni su dove trovare i moduli per le proprie disposizioni. Esprimeva uno zelo quasi religioso e una dedizione da votato alla causa.

Ma davvero si è trattato di testamento? Strano nella sua tempestiva attuazione. Istantaneo, di fatto. Non assomiglia di più ad un atto eutanasico coperto dall’ombra che fa il già grande ombrello di questa legge che fa piangere? Sia chi l’ha voluta e ne è addirittura commosso sia chi ne coglie l’anti umanità sistematica.

Sono temi delicatissimi e occorre senza dubbio avvicinarsi come ad un sacrario quando si parla di una persona specifica e del suo dolore specifico e personalissimo.

Ciò nondimeno questo non deve impedirci di difendere i principi, che non sono ombrelli ma i bastioni che reggono la città umana.

Il principio che non si uccide mai. Che non si uccide per finta pietà. Che la vita è vita fino alla fine.

La pietà che dobbiamo usare per Patrizia diventa alibi per i promotori dell’autosmaltimento rifiuti umani; vedono anche loro il lato dolente e personale, forse anche una parte di ignoto se non di mistero. Ma lo usano per affermare che si sia trattato di applicazione di una legge attesa da anni, una legge progresso che sta già creando mentalità. E anche su questo siamo tragicamente d’accordo: chi ne gioisce e chi soffre pensando alla distruzione di cui sarà foriera.

Il Centro Studi Livatino fa notare che

 «Se la vicenda di Nuoro è presentata come la prima applicazione di quella legge – aggiunge il centro Livatino – va detto che la volontà della paziente è stata espressa in forma diretta, senza alcuna ‘anticipazione’: quindi non vi è stato alcun ‘testamento”’. La sedazione inserita in una procedura che, come è accaduto a Nuoro, prevede la sospensione di sostegni vitali – si sostiene ancora – non è funzionale a calmare la sofferenza, bensì a porre fine alla vita di un paziente per il quale non si prospetta una morte imminente”. Dunque, secondo il centro studi Livatino ”Se le parole hanno un senso, quello di Nuoro è un caso di eutanasia: per omissione quanto alla sospensione della ventilazione artificiale e attiva quanto alla cosiddetta sedazione profonda».

La legge sulle DAT usa subdolamente della benefica possibilità di essere sedati e di vedere diminuito o annullato il dolore associando a questa forma che è terapeutica un intervento positivo, attivo: la sospensione della ventilazione così come dell’idratazione e dell’alimentazione sono atti positivi che procurano la morte. E così, il dolore al quale si cercherà di dare sollievo sarà quello causato da questi atti.

Sono tematiche difficili, terreni aspri. Ma proprio per questo occorre una durezza e quasi una ottusità nei principi: non si uccide. Non si pone il medico come minaccia per il paziente, né il paziente per il medico. Nella malattia non ci troveremo presto a dover esercitare sempre più forza su sempre più fronti?

Mi posso fidare di questo medico? E ancora: la società sussurra o grida che la mia vita così fragile non vale; devo trovare in me la forza anche per dimostrare che valgo la pena anche così?

La storia particolare di Patrizia invece possiamo provare a guardarla, senza usarla. Una donna di quasi 50 anni, ammalata di SLA da 5, sarda.

C’è un altro sardo di cui sentiamo parlare in questi giorni e che stiamo seguendo con gratitudine e affetto: anche lui è malato da 5 anni, stessa malattia. Anche lui si lascia tenere le mani da sua mamma e dalla sua bella fidanzata, ma non per lasciare andare la sua vita. Patrizia ha detto che non è più vita la sua. E come possiamo accusarla senza coprire con un’onda di compassione questa sua affermazione?

DJ Fanny, al secolo Andrea Turnu, scrive canzoni e la canta con il suo puntatore oculare. Life is life, Kiss my sla. I’m not my sla, i’ll never be hers.

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Tags:
biotestamentoeutanasiasla
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