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Che succede tra la Santa Sede e il governo cinese?

CHINESE

© Antoine Mekary - ALETEIA

Aymeric Pourbaix - i.Media per Aleteia - pubblicato il 07/02/18

Le relazioni tra Pechino e Roma sono di una sottigliezza… cinese. Cinque domande per capire meglio a che punto sono i negoziati.

È vero che manca poco alla conclusione di un accordo?

In materia di relazioni sino-vaticane bisogna restare molto prudenti sugli annunci ad effetto. Nondimeno, sembra che effettivamente un accordo sia in via di preparazione. Perlomeno da parte della Santa Sede. In effetti l’agenzia Reuters rivelava, il 2 febbraio scorso, che un quadro d’accordo avrebbe messo d’accordo le due parti, in particolare sul punto più sensibile: la nomina dei vescovi. Tale accordo non sarebbe ormai che questione di mesi… Dal lato cinese, la stampa semi-ufficiale s’è mostrata ugualmente molto entusiasta, quattro giorni dopo, affermando che l’accordo avrebbe avuto luogo, «presto o tardi», e che la distensione sarebbe ineluttabile.

Che dicono, a riguardo, i critici?

I primi oppositori sono una parte degli stessi 12 milioni di cattolici cinesi, guidati dal cardinal Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong. Ciò che per lui è inaccettabile è che Roma accetti di riabilitare dei vescovi sostenuti e nominati dal regime comunista di Pechino. Fino ad ora essi non sono mai stati riconosciuti dal Vaticano, e alcuni sono anche stati scomunicati per questioni di costumi dissoluti (tra le altre cose). Tali oppositori considerano che un’eventuale riabilitazione comporterebbe una implicita negazione delle sofferenze dei cristiani, perseguitati da anni fin dal golpe dei comunisti di Mao-Tse-Tung, nel 1949.

L’altro pomo della discordia è Taiwan. Come preliminare a ogni accordo, la Cina comunista esige che la Santa Sede rompa le proprie relazioni diplomatiche con “l’altra Cina” – l’isola di Taiwan, sulla quale si rifugiarono all’epoca gli avversari di Mao. Il Vaticano è uno dei 20 Paesi al mondo ad aver conservato legami ufficiali, cosa che la Cina continentale non sopporta. Dei deputati taiwanesi hanno dunque avviato un viaggio in Europa, in questi giorni, per garantirsi le loro relazioni con la Santa Sede.

Qual è la posta in gioco per la Chiesa Cattolica?

La riunificazione dei cattolici che la persecuzione aveva diviso. Alcuni optano per il sostegno al regime, mediante l’Associazione patriottica che sceglie essa stessa i responsabili del clero – e disobbediscono ipso facto al Papa. Altri (circa la metà) hanno scelto la semi-clandestinità, vale a dire che vivono sotto minaccia d’arresto e di vedere interdette le loro attività. Una legge molto restrittiva è appena entrata in vigore per regolamentare la libertà religiosa, nell’ex celeste impero – segno di un irrigidimento in materia.

Lo scopo di riunificare i cattolici della Chiesa “ufficiale” e quelli della Chiesa “clandestina” è del resto ciò che riunisce partigiani e oppositori di un accordo tra i cattolici.

Che cosa ne pensa il Papa?

Sul volo di rientro dal Bangladesh, nello scorso dicembre, il Papa riaffermava il suo vivo desiderio di recarsi in Cina. Per lui i negoziati devono procedere «passo dopo passo», con delicatezza e pazienza. Di fatto, non è questa la prima volta che negli ultimi anni è stato evocato un accordo di questo tipo.

Il Pontefice menzionava pure un altro tipo di diplomazia – stavolta culturale: la diplomazia mediante l’arte. Due esposizioni congiunte di una quarantina di opere tra i Musei Vaticani e un’officina cinese si terranno quindi nel 2018 – una a Pechino nel marzo prossimo, l’altra a Roma più avanti nel corso dell’anno. Una buona occasione per costruire una fiducia reciproca che sembra ancora parecchio fragile tra i due Stati.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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