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«Perché Dio non distrugge il diavolo?». Risponde (anzi, no) il profeta Giona

Giona e il pesce, affresco del monastero di San Nicholas Anapausas, Meteora (Grecia)
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Una lettrice ci riporta una domanda di un adolescente, che per ventura si rivela molto simile a quella che regge tutto il libro sul “profeta riluttante”. In realtà certe domande “devote” sembrano venire proprio dal re dell’inferno – ma la buona notizia è che sappiamo come venirne fuori.

Quali siano codesti valori dipende largamente dalle singole sensibilità, come si vede: ci sono quelli “di destra”, che prediligono la vita e la famiglia, e quelli “di sinistra”, che preferiscono gli immigrati e i carcerati. Ma ecco, il libro di Giona polverizza certe artefatte categorie come una lavagna viene pulita passando il cancellino da destra a sinistra e poi ancora a destra. In effetti, a ben pensarci (ed è una delle poche cose che non ho ritrovato nel testo), si può trovare anche suggestivo che nella sua fase di ribellione Giona fugga verso Tarsis (ossia all’estremo Occidente, insomma “a sinistra”), e che nella fase da rigorista castigamatti il profeta attraversi Ninive (l’estremo baluardo dell’Oriente limitrofo all’antico Israele, insomma “a destra”) fermandosi poi “a est della città” – cioè ancora più “a destra”, dove Dio non gli aveva neppure detto di andare.

E se “a sinistra” Giona era stato sopraffatto dal rude sconvolgimento degli elementi (un elemento che simbolicamente piace ai cristiani “di destra”), “a destra” a sopraffarlo è stata la delicatezza di Dio che fa crescere piantine e usa la loro morte per parlare lievemente al cuore duro del profeta (ai cristiani “di sinistra” piace tanto questo Dio giuggioloso…). Ebbene il vero Dio, il solo, non è alcuno di questi due, ovvero è l’uno e l’altro insieme:

Giona non è mandato a fare un’amabile chiacchierata con i Niniviti, la sua non è una missione diplomatica, non deve cercare il dialogo, egli deve proclamare, letteralmente “gridare”, il loro peccato.

Fabio Bartoli e Sabina Nicolini, Il disertore, 30

E ancora:

Nel nostro rapporto con la Grande Città spesso siamo timidi, vorremmo cercare il dialogo, abbiamo paura di suscitare reazioni forti, ma nessun dialogo può essere autentico se non partendo dalla verità, dall’annuncio di quella parola che scruta l’uomo nel profondo e, sola, lo può giudicare. Non spetta a noi la condanna, e infatti Giona non è inviato a condannare, ma a noi spetta il dovere della verità, il compito di chiamare le cose con il loro nome: il male è male e ci separa da Dio.

Ivi, 31

A questo proposito, ma più avanti nel libro, don Fabio e Sabina hanno ricordato che

nelle omelie di Santa Marta, papa Francesco ha parlato […] della “sindrome di Giona”, intendendo stigmatizzare appunto l’atteggiamento di coloro che dicono: «La dottrina è questa, si deve credere questo. Se loro sono peccatori, si arrangino», in altre parole di quei cristiani che difendono lodevolmente la purezza della dottrina ma non hanno a cuore la conversione dei peccatori.

Ninive è qui, è la città dove l’uomo è ridotto a merce, dove viene abortito un bambino ogni sei minuti, dove astuti mercanti di carne umana trattano la vita di donne costrette alla schiavitù della prostituzione, dove i neonati sono comprati e venduti senza ritegno, dove l’anima dei poveri è comprata per denaro e i giovani sono costretti a un precariato degradante e servile, dove ogni tipo di droga avvelena le menti e i cuori, mentre nel frattempo nelle redazioni dei giornali la Chiesa è dileggiata e vilipesa e nelle aule parlamentari si approvano leggi che accelerano il declino…

Ivi, 72

Come emerge in modo lampante dall’elenco dei mali di Ninive, la Grande Città (che è pure il nome di Babilonia, nell’Apocalisse!) è sufficientemente larga da ospitare insieme i fantasmi della “destra” e quelli della “sinistra”, mentre lo spazio di Dio, che si estende ben oltre il pur vasto arco teso tra Tarsis e Ninive.

In realtà – spiegano i due amici verso la fine dell’agile libro – il solo modo per evitare l’assurdo filosofico di un Dio relativista è ammettere che fin dall’inizio la minaccia del castigo è finalizzata al perdono, convincersi che il Dio che minaccia castighi è un tutt’uno con il Dio che perdona, e l’annuncio della giustizia porta già in sé l’annuncio del perdono, poiché Dio ha un gran gusto a perdonare; come scrive sant’Ambrogio nel mirabile finale dell’Hexameron, si riposa perdonando.

Ivi, 91

E come si vede qui torniamo alla metafora balneare dell’escatologia cristiana, che poi (se nessuno vorrà fraintendermi) è grosso modo il motivo per cui Michelangelo rappresentò proprio Giona in corrispondenza di Cristo sull’imponente parete del giudizio universale nella Sistina: Dio non è una banale sintesi idealista di dialettiche contrapposte. Non basta essere “un po’ di sinistra” e “un po’ di destra” per corrispondere a Dio: anzi è proprio la relazione con il Dio di Giona (che è Gesù Cristo, anche se il profeta «lo vede ma come da lontano» – cf. Num 24, 17) a rendere l’uomo irriducibile a certe ideologiche e mortifere categorie. “Strani e normali” è come si diventa quando si ha a che fare con questo Dio che se la ride di un eventuale universo totalitario:

Se fossimo solo diversi e particolari, la nostra diversità verrebbe vista come una forma di pazzia, una particolarità bizzarra forse perfino da ammirare, ma sconsigliabile da imitare. Se viceversa fossimo solo normali, perfettamente a nostro agio nel mondo, non avremmo nulla di interessante da dire, nulla che il mondo non abbia già sentito, e non saremmo punti interrogativi e stimolanti per chi ci incontra. Gesù invece provocava un’infinità di domande nei suoi contemporanei, che, nonostante la sua apparenza normale, percepivano in lui un mistero, e anche i suoi discepoli seppero scuotere, con la loro vita, le intelligenze degli umili e dei sapienti.

Di fronte a una vita capace di donarsi con gioia fino alla morte persino le antiche filosofie ammutolirono.

Ivi, 77

Ecco “il segno di Giona”, ovvero quel segno che – stando a Gesù – è «l’unico che sarà dato a questa generazione» (cf. Mt 12, 39). La domanda dell’adolescente è in realtà molto simile alla domanda di Giona, ed è suggerita in fondo dallo stesso teologo che per primo ha pensato un universo senza inferno, un universo senza dissensi – cioè Satana. Tutt’altra è la via di Gesù, cioè del grande pesce che percorre il mare tempestoso e fa entrare ogni Giona della storia in una dinamica sacrificale, nella quale il male non è (più) un argomento di oziosa conversazione, dal momento che non è (più) possibile ravvisarlo anzitutto fuori di noi.

Giona nella Cappella Sistina (col pesce accanto), gli occhi rivolti in alto: Cristo lo sovrasta.

Alla nostra lettrice, al suo adolescente e a tutti noi potrebbe mirabilmente cor-rispondere il libro di don Fabio e di Sabina, che di cuore ringrazio per essere stati tanto chiara voce dello Spirito.

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