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«Perché Dio non distrugge il diavolo?». Risponde (anzi, no) il profeta Giona

Giona e il pesce, affresco del monastero di San Nicholas Anapausas, Meteora (Grecia)

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 06/02/18

Molti teologi (spesso solo imbrattacarte, ma talvolta anche autori con tutti i crismi) hanno cercato di ricucire l’indicibile scandalo di una simile verità affermando che la dannazione consisterebbe nell’annientamento delle persone che non giungano “alla consapevolezza”. Dunque mentre già nel linguaggio costoro tradiscono spesso una genealogia intellettuale che deriva dalla peggiore gnosi, nelle implicazioni teoretiche essi trasformano il paradiso in un insopportabile inferno proprio nel tentativo di occultare l’inferno vero, quello eterno come l’amore di Dio.

JESUS PURGATORY
Giovanna60 | Wikipedia ( CC BY-SA 3.0 )

Che voglio dire, e soprattutto – penso alla nostra lettrice – come potremmo spiegarlo a un adolescente? Torno con la mente a grandi autori medievali, quali Giovanni Scoto Eriugena e altri, che risolvevano l’apparente antinomia affermando che Dio è come un immenso ed eterno fiume, nel quale i beati nuotano e giocano e i dannati affogano. Oppure – adattando la metafora al vissuto del giovane interlocutore – direi che Dio sia come il sole di una caldissima e interminabile estate, il “luogo” di una vacanza infinita. Ebbene, c’è un tempo per prepararsi al sole di luglio, e quel tempo si chiama “primavera”: se un tizio uscisse per la prima volta di casa sua in pieno luglio e non potesse più tornare sotto alcun riparo (perché arriva un momento in cui non ci si può più sottrarre all’amore di Dio), costui rimedierebbe una terribile ustione che potrà solo peggiorare di istante in istante, esponendo una pelle sempre più debole e bruciata a un sole implacabile che sarà avvertito sempre più straziante e intollerabile. Frattanto, sotto quel medesimo sole, quanti saranno usciti per tempo ad abbronzarsi da aprile a giugno, godranno del suo gagliardo tepore, tra un bagno e l’altro in compagnia, con un’estasi estetica che non avrà mai fine.

Mi si passi la metafora balneare, ma forse l’adolescente comprenderà meglio (e magari anche qualche adulto). In realtà ciò che emerge dalle “teologie” di quanti vanno in una crisi insolubile al pensiero dell’inferno è che ai loro autori sfuggono insieme sia la giustizia sia la misericordia di Dio (ed è per questo che il più delle volte, anche su problemi “minori”, si trovano a contrapporle fra loro). Diceva Paolo VI in quello stesso giorno del 1972:

Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente [l’esistenza del diavolo, con annessi e connessi, N.d.R.]; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni. Il problema del male, visto nella sua complessità, e nella sua assurdità rispetto alla nostra unilaterale razionalità, diventa ossessionante.

Un’analogia si trova facilmente nelle disgraziate (e fin troppo diffuse) ideologie che vogliono spacciare per “libertà di scelta” e per “compassione” la possibilità di uccidere un bambino sotto al cuore della madre o quella di spegnere la vita di un malato. Una proposta realmente umana sarebbe in entrambi questi casi la prossimità, la proposta di alternative, l’accoglienza di tutti i soggetti (Love them both!Amali tutti e due! – recita uno slogan di Live Action): ogni volta, invece, che gli uomini cercano di costruire “paradisi facili e a portata di mano” – che sia inventando il pelagianesimo o legalizzando l’aborto… – in realtà spalancano la gola di un inferno che neppure può giustificarsi come un effetto necessario dell’amore di Dio, il quale lascia le proprie creature libere di odiarlo e dichiarargli guerra. Lo penso ogni volta che leggo certe teologie senza inferno: i loro autori saranno pure teologi, forse, ma di sicuro (almeno in certa misura) sono atei.

Il libro di due amici

E con questo abbiamo tentato di rispondere alla bruciante domanda dell’adolescente che la nostra lettrice ci ha riportato. Quanti mi hanno seguito fino a questo punto, però, si ricorderanno ancora che parlai nell’incipit di una certa assonanza con un libro ricevuto e letto proprio in questi giorni. Devo dire che nel parlarne mi sento un po’ come san Girolamo che dedica a Papa Damaso le due inarrivabili omelie di Origene sul Cantico dei Cantici, e capisco benissimo che qualche lettore storca il naso all’annunciarsi dell’iperbole. Del resto è vero: nessuno di voi, con ogni probabilità, è Papa Damaso, neppure io sono san Girolamo e molto meno don Fabio Bartoli e Sabina Nicolini sono reincarnazioni del grande Alessandrino che per la sua tempra indomita meritò di essere chiamato “Adamantios” – l’uomo d’acciaio. Il disertore, però, cioè il loro libretto su Giona, è davvero qualcosa che mi ha smosso le viscere nel profondo.

Se mi chiedete “perché?” debbo rispondere che ci sono molti motivi che neppure saprei elencare per filo e per segno, ma nel complesso – e tornando all’iperbole del paragrafo superiore – direi che veramente ho sentito risuonare nelle loro pagine non le parole di Origene e di Girolamo, ma quello stesso e medesimo Spirito che vibrò forte nelle vite di entrambi.

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