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L’adultera e quell’amore di Gesù che supera il peccato

CRISTO ADULTERA QUADRO

Public Domain

Dimensione Speranza - pubblicato il 05/02/18

Quanto a Gesù, brillantemente si sottrae alla ratifica di un’ovvia condanna e, come leggiamo nella Mulieris dignitatem, riesce nell’intento proprio riconducendo ciascuno degli accusatori alla consapevolezza d’essere peccatori anch’essi. Proprio la prossimità nella colpa, l’impossibilità per chicchessia di ritenersi “giusto”, induce Gesù a rivolgere alla donna le parole che ben conosciamo. Nessuno la condanna. Sono andati via tutti, i più vecchi prima, poi i più giovani. E, forse in lacrime, comunque umiliata, ferita dagli sguardi, dalla ferocia dei suoi giudici e aspiranti giustizieri, essa è rimasta sola dinanzi a lui. Ed, ecco, nemmeno lui la condanna. L’invita tuttavia a non peccare più.

C’è da parte del maestro la comprensione di lei, del suo bisogno d’amore, della sua ricerca di un qualcosa che le renda qualitativamente migliore la vita? C’è il riconoscimento di un amore, quale che sia, su cui egli si china, così come s’è chinato sulla peccatrice che lo ha cosparso d’unguento profumato (cf Lc 7,36-50). L’amore giustifica il perdono; anzi, merita il perdono? Forse è così, fuori dalla logica asettica di quelli che osservano la lettera della legge?

Fuori da questo vis-à-vis che esige compassionata misericordia, non si può dire che Gesù si faccia interprete di un atteggiamento lassista o indulgente. L’adulterio, l’infedeltà, resta un peccato. Ma nei confronti del peccatore e, in questo caso, di una peccatrice su cui si coagula un’ingiusta discriminazione di genere, prevalgono il perdono e la misericordia, l’invito a cambiare vita, a non perseverare in una scelta lesiva del disegno di Dio. Che Gesù riproponga il “disegno del principio”, la vocazione originaria e dialogica che assume l’incontro nuziale a paradigma dell’alleanza, è elemento che altri brani evangelici testimoniano (emblematico Mt 19,3-9 relativo all’indissolubilità delle nozze). E tuttavia ci immette più direttamente nella contestualità dell’adulterio Mt 5,28: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore».

Ovviamente in questione non è il desiderio come molla esistenziale dell’accostarsi all’altro/altra sino a diventare con lui/lei una sola carne. In questione è la voglia smodata e turpe che imbratta l’altro/altra, pur a sua insaputa, e ne fa un oggetto da possedere indipendentemente dalla sua volontà e dalla sua stessa disponibilità. Il che ci conduce alla globalità del soggetto umano, all’inseparabilità di ciò che seguitiamo a chiamare “corpo” e “anima”. Pesa pure lo sguardo vorace; è peccaminoso non meno di quanto lo sia un adulterio effettivamente consumato.

Un discorso che rimane aperto

Ma quali sono i termini che troviamo nei brani citati? In Gv 8 la colpa della donna è indicata come moicheia(adulterio). In Mt 5,27 Gesù, che ha richiamato la legge e dunque il comandamento «non commettere adulterio», indica come tale anche il peccato commesso dall’uomo che guarda con concupiscenza (epithymia) una donna. E, ai vv. 31 e 32, adulterio è ancora quello a cui è indotta la donna che il marito ripudia e sempre adulterio è quello commesso da colui che la prende con sé. In tutti questi casi a essere usato è il verbo moicheuo. In Mt 5,32 è però anche usato il termine porneìa, fornicazione.

Adulteri e fornicazioni sono accostati in Mt 15,19 nell’accorato ricondurre l’impurità non a ciò che viene dall’esterno ma a ciò che promana dall’interno, dal cuore dell’essere umano.

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adulteriodonnegesù cristovangelo

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