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Insegnare la fedeltà a “fidanzati gay”? Caro don Gianluca, torni ad annunciare Cristo

© Syda Productions / Shutterstock

Costanza Miriano - Il blog di Costanza Miriano - pubblicato il 05/02/18

Ogni sacerdote ha il dovere di trasmettere il Depositum Fidei costato il Sangue di Cristo e dei martiri. Non è cosa sua e non può disporne come vuole. E' di questo che hanno bisogno gli uomini di tutti i tempi

Caro don Gian Luca Carrega,

mi dispiace molto che lei abbia ricevuto in un anno un solo invito a un matrimonio (non si dice “tradizionale” come scrive la Stampa: è l’unico matrimonio possibile, quello senza aggettivi, quello sacramentale, quello fra un uomo e una donna) e ben tre unioni civili, che lei definisce gay, e che invece si chiamano omosessuali, perché gay è una parola supina all’ideologia omosessualista. I gay infatti non sono affatto più contenti della media delle persone.


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Mi dispiace molto per lei, ma si faccia due domande. Forse lei non è abbastanza credibile, come sacerdote. Forse non profuma di Cristo, forse nessuno attraverso di lei segue la proposta di fede della Chiesa perché lei non fa evangelizzazione per inseguimento, come vuole il Papa. Forse attrae solo un determinato tipo di persone perché lei gliela manda per il verso loro: cioè dice loro che va bene così, che va bene quello che stanno vivendo, che nella vita è tutto uguale purché si stia bene. Che non c’è bene e male assoluto. Discerniamo. Non è questo il compito di un pastore, di un sacerdote. Il suo compito sarebbe quello di annunciare la Verità di ogni uomo, che è Cristo.

Adesso si mette a fare anche dei corsi per invitare queste persone alla fedeltà di coppia omosessuale. Cioè lei invita ad essere fedeli al peccato. Un intento diabolico, direi. Un uomo che cerca di essere casto, un omosessuale che cerca Dio, come dice il Papa, se ogni tanto cade – anche in rapporti occasionali – se si pente e si confessa può accedere all’eucaristia. Uno che ha come programma di vita quello di peccare tutti i giorni finché morte non lo separi, no.

Siamo d’accordo che – in generale – la fedeltà sarebbe meglio della promiscuità. Ma siamo sul piano dei valori. Per insegnare questo bastano i corsi di affettività della buona scuola, basta la Fedeli, bastano la buona educazione, il buon senso, il moralismo. Me li può insegnare anche un ateo, anche un buddista, se è per questo. Lei invece è un sacerdote della Chiesa Cattolica, lei deve testimoniare l’incontro con Cristo e renderlo possibile anche a noi, suo popolo. Lei ha la responsabilità di tramandare ai nostri figli il deposito della fede, quella per cui sono morti gli apostoli e i martiri in duemila anni. Non è roba sua. Non si può permettere di farne strame. Non può entrare come una volpe nel pollaio.

Se vuole veramente il bene di queste persone li inviti a fare percorsi come quelli di Courage, che proprio a Torino ha già salvato tante persone, o Luca Di Tolve, non dica loro di rimanere dove stanno perché per far quello non serve il sangue versato da Cristo per loro.




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Lei dice che non si è posto il problema delle camere, se singole o doppie, da dare ai partecipanti al suo corso, ma che essendo un convento probabilmente darete solo celle singole. Be’, la informo, se non lo sa, che invece tra due sposi veri l’unione sessuale è uno dei momenti più santi, voluto da Dio, talmente bello che a quell’unione è affidata la generazione di nuove creature, nuovi possibili figli di Dio. Agli sposi veri non solo si potrebbe, anzi si dovrebbe dare una stanza doppia. Lei, manco le basi, proprio.

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Tags:
catechismoomosessualità
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