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Il cristianesimo come elogio della sconfitta

SCACCHI
FelixMittermeier/Pixabay/CC
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Qualche riflessione per il discepolo: quando per fedeltà al maestro si trova a vivere la situazione di chi ha perso tutto (almeno così pare), il passato non c’è più, il presente lo punisce senza che il futuro abbia prospettive.

Non da molto abbiamo iniziato a fare i conti con le proprie emozioni, al nostro sentir! E tendenza diffusa di esportarli, come fossero conseguenza di un contagio subito da altri. Questo esercizio di memoria ci aiuta a non ripetere esperienze passate, a capire agli altri, a riapprezzare i frutti che nascono dai fallimenti. (7)Nella lettura in questa stagione ci aiutano contributi delle scienze umane, che spingono oltre che scontate interpretazioni moralistiche o vagamente intellettuali, comunque astratte. (8) Ci consentono una conoscenza ricca ed articolata, evidenziano snodi, leggi, strutture che appartengono alla nostra finitudine e creaturalità. Una discreta valutazione ci consente di andare oltre l’oscillazione, nostra o dei nostri superiori, che attribuiscono poteri magici a questi percorsi o non li prendono in considerazione perché superflui o inconcludenti. Penso a cammini come la logoterapia, agli scavi di Jung (cfr. le opere di divulgazioni dell’abate Grünn o di Nouwen)…

Al riguardo rimando alla ricca relazione di A. Cencini, Dal modello della perfezione al modello dell’integrazione, fatta all’Associazione Membri Curie Generalizie (2003). Ci aiuta a smascherare i modelli che agiscono in noi a partire dalla educazione ricevuta e dalla storia personale in genere.

In questo senso esistono molte esperienze positive, luoghi, servizi di qualità, inimmaginabili quando nel post Concilio si incominciava ad educare ed affrontare queste frontiere, che insieme coinvolgevano la dimensione fisica, psichica e spirituale.

E’ dunque saggio distinguere per riunire le tre dimensioni, che sono sempre coinvolte nell’esperienza del fallimento (il fisico, lo psichico, lo spirituale). Altrimenti o ci si imbottisce di Tavor, o si conta solo su rimedi spiritualisti o si investe lo psicologo, lo psichiatra, l’analista di un potere che lo stesso professionista rifiuta. Provate a pensare come affrontare un’insonnia, che nasce dentro un’esperienza di fallimento ed erode progressivamente le energie, giorno dopo giorno, compresa la capacità di reazione, di lavorare, di aver cura di sé, di relazionarsi.

La Buona Notizia: cioè la fede come esperienza trasfigurante.

In sé, diciamolo subito, né successo né fallimento sono nomi di Dio. Sarà l’esperienza quotidiana della Parola a provocare, sulla strada di Emmaus, il cambiamento del cuore, divenuto ardente, ed il ritorno alla vita. Partire dalla Parola di Dio, perché solo in essa possiamo rilanciare quei processi vitali che il fallimento e la sconfitta tendono a bloccare. Il fallimento colpisce al cuore e diviene incapacità a percepire e a volere. Interrompe quella trasformazione che dal cuore nuovo arriva ad una visione nuova ed assunzione della realtà.

Solo Lui può trasfigurare e rigenerarci: perciò crediamo nella forza trasfigurante della sua vicinanza (medita il Mistero della Trasfigurazione!).

La sua pedagogia, in particolare in Luca, mette in cattedra una serie di vinti: l’ultimo, il farabutto graziato, è figura chiave del terzo Vangelo, forse la figura chiave, una delle rivelazioni più importanti di tutta l’opera lucana (Tremolada). Gesù, la Salvezza, si presenta con il volto sfigurato di un condannato a morte. Lo scandalo è qui: lo salvo quando muoio per amore? I suoi tratti regali sono infamia, complicità con farabutti, scherno e vergogna. ‘E’ stato annoverato tra i malfattori’. (Cfr il Cristo di Grunelwald a Colmar… e di alcuni espressionisti…).

Riabilita quando è un uomo finito, consola quando è nella desolazione più disgustosa, trasforma l’ultimo dei farabutti in un discepolo. Il fallito diventa maestro. Lì impariamo, poveri di sicurezza, di energie, di riconoscimenti e di risultati che Dio è compimento e pienezza, non fallimento.

Dunque la Parola illumina le tenebre della sconfitta e ci chiama ad una condivisione della sua vicenda pasquale, come sicura ed estrema risorsa perché la sconfitta sia luogo di fecondità e di bellezza. Il paradosso: il fallimento come luogo di bellezza.

“Qualunque cosa faccia di me, io ti ringrazio”. Cioè l’abbandono.

Così pregava in sostanza fr. Carlo de Foucauld. Come Lui molti giusti hanno trovato nell’abbandono la chance che ha vissuto la crisi come opportunità, oltre l’intellettualismo che non riesce a dare carne e sangue a questi momenti difficili per la fede, oltre il moralismo, appiattito su un’esecuzione non illuminata dalla Grazia. A proposito penso a molte testimonianze raccontate. Pagine di diario di malati terminali (Franca di Reggio), di martiri contemporanei, (Van Thuan, Testimoni della speranza), di credenti irraggianti una vera esistenza alternativa (Chenu Bruno, Thévenot, Avanza su acque profonde). Vivono una comunione di volontà con il Signore in un movimento di resistenza e resa nella vita. Commuove la risposta di P. Cristoforo a Lucia nel Lazzaretto.

“Ma lei, Padre? Povera me, come è cambiato! Come sta? dica: come sta?”. “Come Dio vuole e come per grazia, voglio anch’io.” (Promessi Sposi , cap. XXXVI).

Volere la volontà di Dio, vivendola in una comunione amorosa, affettiva ed effettiva. Il Card. Ratzinger in una sua riflessione molto feconda, (9) ci ricorda che come Israele sperimenta nella legge la vicinanza di Dio, perché essa svela l’enigma del da dove proveniamo, dove andiamo e che cosa dobbiamo fare, con la stessa gioia il cristiano deve scoprire e fare la volontà di Dio per riconoscere e ricreare la propria umanità. “ La volontà di Dio non è qualcosa di estraneo per l’uomo, come un potere che si imponga dall’esterno, ma la direzione della sua stessa essenza. Per questo la rivelazione della volontà di Dio e la rivelazione di ciò che vuole la nostra stessa volontà: una grazia. Dobbiamo perciò tornare ad imparare a essere riconoscenti del fatto che nella Parola di Dio ci sia manifestata la volontà di Dio e il senso di ciò che noi siamo”. (10)

Questo atteggiamento rimane fecondo anche quando l’esperienza della sconfitta si prolunga nel tempo e in situazioni comunitarie e personali complesse, inguaribili.

Tra l’altro è straordinario ciò che Giovanni della Croce dice all’anima che vuole vivere la grazia dell’unione con Lui. Egli la guida nelle purificazioni, anche le più notturne, per far uscire l’uomo da se stesso e liberare in lui la gioia. Dio non si rassegna a ciò che abbruttisce l’uomo e, nella sua fedeltà, ne ha cura attraverso dolorose purificazioni.

Fu sorte felice per lei 
l’essere stata introdotta
da Dio in questa notte 
Che le sarà fonte di tanto bene; 
essa infatti non sarebbe stata capace di entrarvi 
perché l’uomo per arrivare a Dio 
da sé solo non riesce a liberarsi 
da tutti gli appetiti (Salita I libro ,1, 5).

Esistono le guide e maestri che ci accompagnano nel cammino della Trasfigurazione

E’ molto illuminante il capitolo ‘sconfitte’ nell’esistenza dei profeti, dei santi. Ovviamente quando l’agiografo è onesto e non si lascia prendere dall’apologetica.

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