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Il cristianesimo come elogio della sconfitta

SCACCHI

FelixMittermeier/Pixabay/CC

Dimensione Speranza - pubblicato il 05/02/18

La ragione dunque della conversazione è quella di attivare in noi quella sensibilità che ci aiuti a cogliere come il fallimento è il tessuto discreto che attraversa l’esperienza della fede, che ne è la trasfigurazione non la sottovalutazione. Insieme ci aiuti a decodificare questa esperienza umana molto diffusa, per decidere come aiutarci e aiutare a trasfigurarla. Molti oggi ne sono travolti (li incontriamo nei fallimenti del matrimonio, nei locali della linea Arianna con i suoi percorsi chemioterapici, nei fallimenti educativi, nel mobbing al lavoro, nell’aumento dei suicidi tra i giovani e in quelle esperienze di discesa agli inferi, mappe di zone avvelenate e irrespirabili nella società, e talvolta anche nei conventi e nelle nostre comunità).

Cosa intendiamo per sconfitta?

I linguaggi che ne parlano sono di diversa provenienza. Alcuni provengono dalla teologia. Il linguaggio più classico è quello della teologia della croce. Lo sospendo, lo evito perché siamo subito tentati di scivolare nella Risurrezione. Ma in altri contesti si usano linguaggi, diciamo, più laici, e quindi, più esportabili con i non credenti. Depressione, akèdia: un misto di linguaggi spirituali e psicologici, dunque molto interessanti, ma da usare con delicatezza. Qualche tempo fa si usava la parola échec (= lo scacco).

Non ho una definizione pratica, capace di disegnare il volto cupo di questa realtà, senza confonderla con le crisi normali o il disagio normale.

A me piace un’immagine della incrodatura, immagine alpinistica quando si è nella situazione di non poter più procedere né tornare indietro. Quando fallire è come morire! E facendo il bilancio di una vita si dice con disincanto o cinismo: sono un vinto, sono a mani vuote con un bilancio fallimentare. E lo sono comunque sulle cose che contano della vita, non su aspetti marginali.

La sconfitta ha il volto della depressione, dell’indifferenza, del cinismo, dell’angoscia, della paralisi sconfortata, dell’amarezza che accusa e si autoaffonda e dell’evasione per sopravvivere.

R. Vignolo (1) vede nella figura del Qohelet una forte pedagogia, un percorso dal fallimento alla risimbolizzazione e ridimensionamento di quel narcisismo e philautìa cause che conducono alla depressione, nome nuovo della accidia.

Forse si potrebbe ricondurre queste esperienze negative a un personaggio concreto come Giobbe: è dunque più facile alludere a situazioni o personaggi che dare definizioni astratte.

Evitare alcuni grossolani fraintendimenti.

Non è luogo per fare letteratura o poesia sul fallimento. Non vogliamo benedire il fallimento come valore in sé né furbescamente mistificare situazioni che vanno energicamente superate e guarite. (3)Ne parlo con convinzione ma anche con disgusto. Ne nascerebbe una spiritualità masochista, debosciata, rinunciataria. O un’ideologia del tanto peggio, tanto meglio, che gode dello sfascio, degenera in rancore, aggressività, lamenti e guai, inoperosità e ripiegamenti vari. Nel passato queste sensibilità sono state sin troppo incoraggiate.

A questo proposito non va dimenticata la lezione di Bonhoeffer, come è riproposta dal suo studioso italiano più accreditato, Gallas (4): Dio è inutile. Non va evocato come tappabuchi. Non va evocato o interpellato come riposta ai nostri bisogni e fallimenti, tamponando le nostre magagne. “Se vi è ancora uno spazio per Dio, questo va dunque ormai ricercato al centro della vita e non più al margine di essa”. (5)

Va anche detto che non ci occupiamo del fallimento personale non quello ancor più drammatico del fallimento delle ideologie o di aspetti della vita della Chiesa come settori dell’Evangelizzazione o chiese del Nord o dell’Est del mondo…

Nello stesso contesto, (lo lascio al lavoro personale), sarebbe illuminante un’operazione di ecologia sull’immagine dei vincenti, che imperversano dappertutto, nei media, nei discorsi comuni, nei messaggi che vengono dalla società: su isole, tra opinionisti, politici, manager, operatori culturali… (Ma potrei essere mosso da invidia, risentimento, orgoglio…). (6)

Esercizi di lettura delle proprie sconfitte.

L’esercizio dell’analisi lucida, spietata delle proprie sconfitte.

Rischiamo di negare i fallimenti.

Si deve iniziare riconoscendo con lealtà, con limpidezza ed onestà le proprie ferite: senza fingere, minimizzare o… respingere su altri le proprie situazioni negative. Vedere in sé alcune emozioni impensabili… sconcerta. (Paura, disgusto, odio, rabbia, voglia di scomparire…).

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cristianesimopsicologiaspiritualitàstile di vita
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