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Il corso della felicità a Yale è il più seguito di sempre

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Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 02/02/18

La notizia ha fatto il giro del mondo in questi giorni. Che cosa ci dice sul cuore dell'uomo e sullo stato di salute delle nostre società?

Cani, dingo, lemuri, scimmie, primati non umani, animali non umani e animali umani. Questi i termini che ricorrono con notevole frequenza nelle pubblicazioni della docente che si è vista affollare il suo ultimo corso inserito nell’offerta formativa del prestigioso ateneo americano: lei si chiama Laurie Santos e l’università è quella di Yale.

Indaga la mente, l’origine e lo sviluppo della conoscenza, i comportamenti e la loro qualità.

Così spiega il suo operato nella scheda che trovate sul sito di Yale:

«La nostra ricerca esplora una domanda secolare: cosa rende unica la mente umana? Testiamo questa domanda studiando le capacità cognitive degli animali non umani. Confrontando le capacità cognitive degli animali non umani con quelle degli umani, possiamo determinare quali domini di conoscenza sono unici per la mente umana».

Se ne stiamo parlando noi, come hanno fatto e stanno facendo in questi giorni diverse testate e trasmissioni radio, non è per l’appeal delle sue meticolose osservazioni del comportamento di questi animali ma perché il corso sovraffollato in questione recita: Psicologia e buona vita.

Ribattezzato subito il corso della felicità è quello più seguito in assoluto nella storia di Yale, iniziata 316 anni fa.

Un’indagine questa volta solo su “animali umani” risalente al 2013, come riporta il New York Times, dichiare che ben il 50% della popolazione studentesca aveva chiesto assistenza psicologica per disturbi legati a stress e ansia. Non erano affatto felici.

Alle lezioni partecipano infatti ben 1200 studenti.

Ma, se posso ipotizzare fin da ora, vedo una contraddizione con l’obiettivo perché ripete le condizioni di partenza che si volevano migliorare, il corso è duro e serrato e termina con un compito finale che deve mostrare un progetto strutturato di automiglioramento.

A me sarebbe ansia…


PADRE FIGLIO PINOCCHIO

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La prima cosa da mettere in risalto, come hanno fatto un po’ tutti i media, è il numero di adesioni. Tanti sono anche gli studenti rimasti fuori.

Allora in fondo siamo sempre gli stessi: vogliamo essere felici! Dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre allo Houston, l’uomo si muove, studia, compete, si affatica, lavora per essere contento e lieto. E se trova scritto in bacheca o su un volantino “vieni alle mie lezioni e sarai felice” è ben disposto a credere alla promessa.

Ma perché tanta infelicità, prima?

Certo viene gioco facile usare questo fenomeno come prova del fatto che il nostro cuore è inquieto e che cerchiamo l’infinito.

Chi meglio di noi, su questo media, può e deve farlo? Ma mi chiedo e sinceramente: perché così poca soddisfazione e così tanta ansia e tristezza, prima?

Ambiente eccessivamente competitivo? Equazione errata tra successo negli studi e soddisfazione personale?

Se da un lato siamo tutti orientati verso l’esterno, con lo studio e la manipolazione della realtà, dall’altro, non appena si parla di felicità ci si ritrae all’indentro e si parla di io, di pensieri, di inclinazioni, di paure, freni, processi più o meno efficaci e funzionali.

Azzardo una considerazione: non è un paradosso cercare la risposta alla fame di felicità nell’affamato stesso?

Non dobbiamo invece rieducare un’intera civiltà a cercare l’Altro (certo, anche nelle profondità di noi stessi) e prima ancora a ritrovare l’uomo nella sua specificità? Come è fatto l’uomo? Non solo la sua mente. Cosa ci rende così diversi dagli altri animali? Di cosa abbiamo realmente bisogno?

Credo che la professoressa abbia ottime tecniche da suggerire e molte buone pratiche da insegnare ai giovani insoddisfatti di Yale. L’obiettivo dichiarato dalla docente è infatti quello di formare gli studenti a non procrastinare o a farlo meno, a mostrare più gentilezza e gratitudine, ad aumentare le relazioni sociali e, per mezzo della loro evoluzione personale, cambiare in modo significativo la cultura stessa del campus.

Introdurre e diffondere buone abitudini e consolidare virtù; disintossicarsi da stati emotivi negativi, esercitare un controllo sui proprio pensieri e sulla loro qualità è una strada antichissima. Non abbiamo nei Padri del deserto delle miniere d’oro di queste”tecniche”?




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Ho letto diversi articoli e ho esaminato il curriculum e le pubblicazioni della docente.

Alla fine mi è venuta alla mente la risposta di un altro americano (latino) di qua dall’oceano.

La più grande maestra di buona vita, la sorella che ci ricorda il nostro limite e che ci aiuta a conoscere la nostra natura e il nostro destino e per questo rimette ordine nelle faccende, nei desideri, nelle fami del nostro cuore è proprio lei: la morte. Non più antitesi e fonte di angoscia allora, ma maestra della buona vita!

Ecco forse quello che serve ai giovani di Yale e ai vecchi di Torino, Roma, Milano, New York. Agli adulti di Miami e di Amsterdam e agli adolescenti di Atene, Londra e Pechino: un colossale memento mori.

E, nello spazio limitato di tempo che ci è dato e che non gestiamo, come diceva proprio il Santo Padre, incontrare il Risorto. Il Dio fatto uomo che ci ha preparato la salvezza e la gioia eterne e che ce le allunga sottobanco anche qua, anche ora.

L’unico corso che non dà crediti, extracurriculare al quale mi iscriverei senza titubanze dovrebbe avere un titolo più o meno così:

«In verità vi dico non c’è nessuno, che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva il centuplo adesso, in questo tempo, in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, con persecuzioni, [Lc dice: che non riceva molto di più in questo tempo] e la vita eterna nel secolo che viene» [Mc 10,29-30; parall. Mt 19,28-29; Lc 18,28-30].

E Gesù stava rispondendo proprio a Pietro e alla sua precisa domanda: abbiamo lasciato tutto per seguirti. «Cosa ne avremo?»

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