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L’amore per il prossimo e per la Madonna. Anche nei lager. È beato Teresio Olivelli

Teresio-Olivelli

Gelsomino Del Guercio - Aleteia Italia - pubblicato il 02/02/18

Come Giovanni Palatucci e Massimiliano Kolbe anche l'eroe vissuto in provincia di Pavia è morto per donarsi agli altri. Il 3 febbraio la cerimonia a Vigevano

Teresio Olivelli, martire partigiano originario di Bellagio (Como), morto in Germania in un campo di sterminio nel 1945, è finalmente beato.

In una cerimonia imponente sabato 3 febbraio, Olivelli, comasco di nascita ma cresciuto a Mortara (Pavia), viene innalzato agli onori degli altari.

La cerimonia al palasport di Via Cappuccini a Vigevano (Pavia) – sede vescovile della diocesi di cui fa parte Mortara – il cui inizio è previsto alle 10.30, è officiata dal cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e nell’occasione ra

ppresentante del Santo Padre, e concelebrata da 18 vescovi, tra i quali l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini; il vescovo di Vigevano, Maurizio Gervasoni e l’Ordinario Militare, monsignor Sante Marcianò. E’ attesa la partecipazione di almeno 3.500 persone.

La causa di beatificazione di Olivelli incentrata sul suo martirio, è in corso dal 1987 e un decreto di Papa Francesco dello scorso 16 giugno ha ufficializzato il termine di questo percorso.

Assistente universitario

Studente liceale a Vigevano, aveva poi frequentato l’università a Pavia dove si era laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti diventando subito assistente della cattedra di diritto amministrativo dell’ateneo di Torino.




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La campagna di Russia

Nel 1941, dopo un soggiorno di studio a Berlino, si arruola volontario, dopo che la famiglia gli aveva impedito di partire per stare vicino alla Chiesa di Spagna durante la guerra civile degli anni Trenta, e viene inviato anche sul fronte russo. Tra i pochi superstiti della disfatta militare italiana torna in Italia ma viene arrestato una prima volta il 9 settembre 1943.

Carcere e lager

Riesce però a fuggire ma viene nuovamente arrestato il 27 aprile 1944 a Milano e inviato al campo di concentramento di Fossoli, dove scampa alla fucilazione, ma viene inviato nel nord-est della Baviera, a Hersbruck, dove muore a 29 anni il 17 gennaio 1945, stremato dagli stenti e dalle violenze subite.




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“Salvare” tutti quelli che può

La sua fine è la tragica conseguenza di una passione che lo caratterizza fin da quando siede sui banchi di scuola: nessuna ingiustizia, nessuna violenza gratuita su un debole, nessuna povertà lo lasciano indifferente. E lui, pur di mettervi fine, si butta a capofitto in ogni genere di situazione; si mette nel mezzo, per “salvare” tutti quelli che può.

Dalla condotta a scuola alla mensa

Lo fa in classe da piccolo, coinvolgendo la maestra quando è necessario, e ritrovandosi per questo un voto in meno in condotta per troppo “interventismo”; continua a farlo negli anni universitari girando per le vie di Pavia, dove studia Legge, o passando di casa in casa per portare cibo raccolto alla mensa tra i compagni.

Il rosario e il conforto ai malati

Quando sui campi di battaglia si trascina, alla guida del suo battaglione, sulla drammatica strada della ritirata dalla Russia, non esita a fermarsi, a tornare indietro per non perdere chi ha rallentato il passo.

La stessa cosa fa nei giorni della detenzione nel carcere di San Vittore a Milano e in campo di concentramento: recita il rosario, prega la Madonna e visita e conforta i malati, incoraggia, e aiuta tutti quelli che può. Alla fine, sono le percosse dei kapo, come punizione per i suoi ripetuti gesti di carità verso i compagni, a provocarne la morte, tanto da farlo additare da moltissimi testimoni come un martire.




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Un solo obiettivo: combattere la dittatura

Nessun gesto eclatante lungo i pochi anni di vita, ma un’intensità quasi incredibile di traguardi raggiunti e una costante e inflessibile dedizione alle opere di carità.

Con qualche ingenuità ed errore di valutazione storica, anche, come quando nel suo slancio culturale immagina di poter “riformare” dall’interno e piegare alla verità cristiana la nascente ideologia fascista. Ma quando tocca con mano gli orrori della dittatura, tutte le sue energie si rivolgono a combatterla, a parole (fondando il giornale clandestino Il Ribelle) e nei fatti, partecipando alla Resistenza.

“Un cristiano scomodo…”

Dice di lui il vescovo di Vigevano Maurizio Gervasoni: «Olivelli viene proposto come esempio di autentico cristiano, che ha anteposto il Vangelo a ogni ideologia, che è stato discepolo innamorato di Cristo e apostolo appassionato della Chiesa. Un fedele laico, socio di Azione Cattolica e della Fuci, la cui fede rigetta qualsiasi forma di male e di violenza. La sua eroica testimonianza cristiana è scomoda e ci scomoda, perché richiama il banco di prova della nostra sequela professata: l’amore incondizionato al prossimo».

“Modello di fedeltà al Vangelo”

Matteo Truffelli, presidente dell’Azione Cattolica Italiana, lo definisce «un giovane brillante e intelligente, un cristiano coerente dalla fede limpida, la cui testimonianza rimane, a oltre 70 anni dalla morte, attualissima e profetica. Teresio Olivelli viene proclamato beato dalla Chiesa e indicato come modello di fedeltà al Vangelo».

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