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Fare pubblicità (dissacrante) con Gesù e Maria? Si può secondo la Corte Europea dei diritti umani

ROBERT KALINKIN
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Rovesciata in modo piuttosto clamoroso una sentenza che condannava un'azienda della Lituania

La Corte europea dei diritti umani legittima e difende l’uso di simboli religiosi nelle pubblicità e condanna la Lituania per aver multato un’azienda, la Sekmadienis Ltd, che si è servita di figure riconducibili a Gesù e Maria su poster e internet per vendere vestiti. Secondo i giudici la multa inflitta per aver «offeso la morale pubblica» ha violato il diritto alla libertà d’espressione dell’azienda.

Gesù e Maria in jeans

I fatti risalgono al 2012 quando la società lituana che produce vestiti lancia una campagna pubblicitaria utilizzando la foto di un uomo e una donna con l’aureola, lui in jeans e tatuato, lei con un vestito bianco e una collana di perline, accompagnati dalle frasi “Gesù, che pantaloni!”, “Cara Maria, che vestito!” e “Gesù e Maria, cosa indossate!” (La Repubblica, 30 gennaio).

Pubblicità criticata

Insomma, il classico modo dissacrante di utilizzare figure simbolo della religione cristiana. La campagna pubblicitaria ha provocato la reazione di una parte dell’opinione pubblica e, come rende noto la Corte, è stata criticata anche dai locali rappresentanti della Chiesa cattolica.

La condanna dell’Autority lituana

L’Autorità statale di protezione dei diritti dei consumatori della Lituania ha così condannnato l’azienda ad una sanzione di 580 euro con l’accusa di »offesa alla pubblica morale», per aver utilizzato le icone sacre a scopo commerciale. Decisione che secondo Strasburgo ha violato la libertà d’espressione dell’azienda.

Il rovesciamento della Corte

Per i giudici della Corte Europea, utilizzare Gesù e la Madonna in quel modo «non era offensiva in maniera gratuita e non incitava all’odio».

«Le autorità locali non hanno prodotto sufficienti motivazioni» per affermare che l’uso di simboli religiosi fosse effettivamente «contrario alla pubblica morale». La decisione di sanzionare l’azienda, hanno rilevato i giudici, non ha rappresentato «un equo compromesso» tra la protezione dei valori delle persone religiose e la libertà di espressione che andava garantito all’azienda (Adn Kronos, 30 gennaio).

Prevale la libertà d’espressione”

Le posizioni espresse dall’autorità lituana, secondo la Corte Europea, «dimostrano che è stata data priorità totale alla protezione dei sentimenti delle persone religiose, senza prendere in considerazione in modo adeguato il diritto alla libertà d’espressione della compagnia» (Quotidiano.net, 30 gennaio).

La foto provocatoria di Toscani

Insomma, prendere in giro i simboli religiosi più importanti del cristianesimo, non è reato: anzi bisogna tutelare chi li dissacra.

Il caso vuole, racconta Il Fatto Quotidiano (30 gennaio), che solo pochi giorni fa si è inaugurata al Castello Aragonese di Otranto una grande mostra retrospettiva del noto fotografo Oliviero Toscani.

Tra le otre 100 immagini esposte, vi è anche quella che nel 1973 accompagnò la campagna pubblicitaria dei jeans “Jesus” (sempre abbigliamento, e già il marchio la diceva lunga) con un trionfante lato B della modella Donna Jordan (allora fidanzata di Toscani) e lo slogan “Chi mi ama mi segua” (voluto da Emanuele Pirella). Stiamo parlando di 50 anni fa e tutto, dalla foto al messaggio, era infinitamente ancora dirompente, più scandaloso.

Anche in quel caso, eccetto qualche articolo dell’Osservatore Romano, passò come “normale”.

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