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“Sono pochi, Signore, quelli che si salvano?” “Cerca di entrare per la porta stretta!”

JOSEPH RATZINGER, BENEDICT VI.

GUILIO NAPOLITANO | SHUTTERSTOCK

Libreria Editrice Vaticana - pubblicato il 30/01/18

Ma d’altro canto non vogliamo cambiare la nostra vita e così volgiamo lo sguardo verso gli altri e troviamo che sono tutti esattamente come noi, se non un po’ peggio, convincendoci che “no, Dio non può permettere che vada a fondo metà dell’umanità o forse anche più. Dunque la situazione non è poi così grave. E allora posso continuare a comportarmi come ho fatto sinora”. La conseguenza di un simile calcolo, che sotto sotto più o meno facciamo tutti, è che Dio in fondo non ha assolutamente nulla da dire, perché deve incarnare l’uomo buono. Egli è vincolato al suo amore. Di conseguenza, propriamente non è più Dio. Possiamo fare quello che ci pare nella nostra vita. Egli alla fine è, per così dire, condannato dal suo amore a doverci salvare.

Cosa risponde dunque Gesù a questa domanda? Perché in realtà la mentalità che sottende le due domande – quella di allora e quella di oggi – è comunque molto simile. Se leggiamo il Vangelo vediamo che egli assume la questione nel modo giusto!

Non la prende in considerazione nella forma che ha. Non risponde su cosa sarà degli altri, dei molti susseguitisi nei diversi tempi e nei diversi luoghi. Si rivolge invece direttamente a colui che chiede e gli dice cosa deve fare lui. Significa che non è affar nostro, per così dire, verificare i conti di Dio, tenere i suoi libri contabili, anticiparne i pensieri per suggerirgli cosa sia compatibile con la sua divinità e cosa no. Non ci è affidato il compito di decidere sul destino degli altri. Noi stiamo di fronte a lui e dobbiamo farci guardare da lui e permettergli di rivolgersi a noi. Gli altri sono nelle sue mani. Quello è il loro posto e là dobbiamo lasciarli. Ma a me, a ognuno di noi egli dice: “Non saranno salvati questi o quelli, piuttosto cerca con tutte le tue forze di
entrare per la porta stretta”. Gli altri appartengono a Dio, ma noi, nel guardare a lui, dobbiamo riconoscere che la nostra vita è una cosa veramente seria e che Dio veramente è Dio; che lui è il nostro Signore e che è lui che fissa il criterio in base al quale dobbiamo condurre la nostra esistenza, perché sia giusta. Se faremo questo, se non pretenderemo di decidere noi per lui cosa debba accadere degli altri, ma ci sottometteremo al suo sguardo e al criterio della sua parola, se lo lasceremo essere Dio per me e per gli altri, allora comunque vedremo che per tutto questo c’è bisogno di sforzo; che una vita giusta non viene da sé; che la via di Dio è in effetti una via stretta e la porta pare stretta; e che è molto più facile passarci a fianco; e che però solo questa via stretta è via, le altre o non sono vie o addirittura vie sbagliate. Dio non è un maestro di scuola, non è un professore, è il Signore che ci indica la via, anzi, egli stesso è la via, come dice Gesù, che ci guida sull’“alta via” della nostra vita. Quanto più camminiamo insieme, quanto più nel camminare insieme ci affidiamo a lui, tanto più vedremo che proprio questa via, come ci ha appena detto la Lettura, è la via buona, che dona pace e giustizia a noi e agli altri.

Quanto più ogni singolo, senza guardare agli altri, si sottometterà a Dio, tanto più ci presteremo reciprocamente servizio, tanto più cresceranno la pace e la giustizia. E così, nel camminare insieme al Signore, nell’affidarci a lui, crescerà l’amore per lui e la lieta certezza che egli è buono e che la sua via è la via buona.

Questa risposta che, messi da parte i nostri calcoli, ci mette davanti a lui, ora la vogliamo integrare con altri due rilievi: uno per il presuntuoso, per chi è eccessivamente sicuro di sé, e l’altro – che poi ci conduce a una frase fondamentale del Vangelo – per il timoroso. A colui che è sicuro di sé viene detto: i parametri degli uomini non sono i parametri di Dio e chi fa affidamento su di essi può avere un brusco risveglio.

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