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«Ma quindi come faccio a fare la comunione da divorziata risposata?»

COMMUNION
Wideonet | Shutterstock
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La franca e impegnativa domanda di una lettrice ci porta a una delicata riflessione su Amoris Lætitia e sul documento dei Vescovi argentini che Papa Francesco ha ormai autenticato a mezzo della pubblicazione negli Acta Apostolicæ Sedis. Vediamo dunque di capire cosa il documento non dice… e anche cosa dice.

In realtà, a leggerla come essa va letta [a tal fine la riportiamo integralmente in calce, N.d.R.], vi troviamo come il primo punto del “decalogo argentino” esclude che la questione possa ridursi alla procedura di richiesta/rilascio di un permesso. Il secondo è migliore del primo:

[…] il pastore deve porre l’accento sull’annuncio fondamentale, il kerygma, che stimoli all’ incontro personale con Gesù Cristo vivo o a rinnovare tale incontro (cfr. 58).

Resterebbe immancabilmente deluso, quindi, chi andasse dal Vescovo per sentirsi dire “ma sì, fa’ pure la comunione”. Va per ascoltare un carismatico e bruciante richiamo alla conversione a Gesù, in realtà.

Quella carità pastorale del Vescovo deve necessariamente accogliere la retta intenzione del/dei fedele/i, accompagnarne l’integrazione comunitaria ed esortarne la vita teologale, ma non deve necessariamente condurre all’accesso ai sacramenti:

[…] può anche orientarsi ad altre forme di integrazione proprie della vita della Chiesa: una maggior presenza nella comunità, la partecipazione a gruppi di preghiera o di meditazione, l’impegno in qualche servizio ecclesiale, etc.

A questo punto, alla coppia già definita “irregolare” dovrebbe essere proposta la via della dottrina della Chiesa tracciata da Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio: la coabitazione continente mantenuta in vista del bene dell’eventuale prole (la quale – osservava il santo Papa polacco – a questo punto segna un limite di non-ritorno nella vicenda personale della coppia già detta “irregolare”). Papa Francesco sa che questa richiesta è molto impegnativa, e del resto già Giovanni Paolo II era intervenuto a chiarire che quanti non riuscissero a vivere “come fratello e sorella” con il genitore dei propri figli potrebbero comunque sempre accedere al sacramento della Riconciliazione.

Leggi anche: Intervista esclusiva al cardinale Müller su Medjugorje, Amoris Laetitia e Islam radicale

Ed eccoci al famigerato “sesto comandamento” dei vescovi argentini (chissà se l’hanno fatto apposta, a mettere il più dibattuto al sesto posto del loro decalogo!):

In altre circostanze più complesse, e quando non si è riusciti a ottenere una dichiarazione di nullità, l’opzione menzionata può non essere di fatto realizzabile. Ad ogni modo, è comunque possibile un cammino di discernimento. Se si arriva a riconoscere che in un caso concreto ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza (cfr. 301-302), soprattutto quando una persona considera che cadrebbe in un’ulteriore mancanza danneggiando i figli nati dalla nuova unione, la Amoris lætitia apre la possibilità all’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia (cfr. Note 336 e 351). Questi a loro volta dispongono la persona a continuare a maturare e a crescere con la forza della grazia.

Come si vede, quanto i Vescovi argentini (e a questo punto il Santo Padre stesso) insegnano è che va da principio tentata la via ordinaria: dunque i comandamenti, dunque i processi canonici, dunque la continenza domestica. Su tutto questo, però, devono prevalere il precetto evangelico di non «legare carichi insostenibili sulle spalle degli uomini» (cf. Lc 11, 46) e il criterio morale della legge della gradualità (Familiaris consortio 34): in breve, se questa coppia oggi non ce la fa a vivere secondo l’ideale indicato dalla Chiesa, occorre sostenere i due perché domani o dopodomani ce la facciano.

Il “pane dei deboli”?

Qui va una precisazione importante – troppo spesso disattesa – sulla funzione dei sacramenti nella vita degli uomini. Fermo restando che «Dio non lega la sua grazia ai sacramenti», come insegna san Tommaso, e che dunque può benissimo portare in paradiso persone che non abbiano ricevuto il battesimo sacramentale e lasciare che si dannino uomini e donne battezzati con tutti i crismi; va tuttavia ribadito che i sacramenti, tutti i sacramenti, sono un viatico utile all’uomo «in questa valle di lacrime». Nessuno si stupirà, spero, se ricordiamo che tutti i sacramenti svaniranno definitivamente col giudizio universale (e in larga misura, sebbene individualmente, anche con la morte di chi li ricevette). Come estremizzazione di queste giuste considerazioni si sente talvolta dire – e personalmente l’ho sentito di recente dalle labbra di un meraviglioso missionario in Brasile – che l’eucaristia sarebbe “il pane dei deboli”. Ecco, no: questo è un grave errore. L’espressione è calcata su quella di sant’Agostino, il quale avvertì un giorno in mozione interiore la voce di Cristo che gli diceva: «Io sono il pane dei forti: cresci e mi avrai» (Aug., conf. VII, 10,18). La metafora alimentare è usata fin dai più remoti scritti cristiani, e basta risalire al loro capostipite assoluto – san Paolo – per capire come mai non sia assolutamente possibile parlare del “pane dei deboli”:

Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete, perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?

1 Cor 3, 2-3

L’arrosto è un cibo nutriente, ma a nessuno sano di mente verrebbe in mente di prepararne per un uomo che stia male… a meno che non sia ormai in via di guarigione e abbia bisogno/possibilità di riprendere rapidamente le forze e tornare alla propria piena autonomia. Lo scriveva meravigliosamente proprio sant’Agostino, individuando una luminosa distinzione mistica tra “debole” e “malato”:

Occorre infatti distinguere fra “debole”, cioè privo di forze, e “malato”. Anche il malato è certamente un debole, ma mi sembra che fra il debole in genere e il malato, cioè uno colpito da infermità, ci sia della differenza. Son queste, fratelli, delle distinzioni appena abbozzate. Mettendoci maggiore impegno potremmo, forse, noi stessi approfondirle meglio, come potrebbero fare anche altri più esperti e interiormente illuminati. Per non deludervi sul senso delle parole scritturali, vi esporrò la mia opinione. Quando si tratta di una persona debole, c’è da temere che, capitandole una prova, ne resti schiacciata; nel caso invece di un malato, esso è già affetto da qualche passione disordinata e questa gli impedisce di entrare nella via di Dio e di sottomettersi al giogo di Cristo. Osservate certi uomini intenzionati e già decisi a vivere bene: potreste riscontrare che son meno disposti a subire il male di quanto non lo siano a compiere il bene. Invece la fortezza cristiana comporta non solo la pratica del bene ma anche la pazienza di fronte al male: sicché chiunque è zelante in opere buone (o sembra esserlo), se poi si rifiuta o non è in grado di accettare le tribolazioni che gli sopravvengono, costui è un debole. Quanto invece a quegli altri che, vinti da passioni disordinate, si abbandonano all’amore del mondo e trascurano totalmente le opere buone, costoro giacciono infermi, malati. La malattia li ha svigoriti completamente e non sono in grado di compiere alcun bene.

Aug., s. 46, 13

Ecco, tornando alla lettera dei Vescovi argentini, il punto 6 significa esattamente (e solamente) questo: a chi non è ancora in grado di compiere il bene indicato da Familiaris consortio (e fedelmente richiamato dai Padri Sinodali e dal Pontefice) si può, in alcuni casi, fornire la medicina dei sacramenti, che fortifichi lo spirito e corrobori le coscienze. Proprio perché l’eucaristia non è “il pane dei deboli”, essa neppure è “un premio per i perfetti” (e questo mette fuori gioco anche quanti, “irregolari”, vi ambiscono come a un lenitivo socio-ecclesiale per la loro cattiva coscienza): l’eucaristia è “il pane del cammino”, come da secoli e secoli l’innologia latina meravigliosamente canta.

Ecce panis angelorum
factus cibus viatorum.

Vere panis filiorum,
non mittendus canibus!

Ecco il pane degli angeli
divenuto cibo dei viandanti.

È davvero il pane dei figli:
non dev’essere gettato ai cani!

Th. Aq., Lauda Sion

La Comunione resta “il pane dei figli” e non deve essere sprecata con chi non intende vivere da figlio nel Figlio: ma a chi vuole questo, a chi intensamente desidera corrispondere alla volontà salvifica di Cristo, a questi può essere data anche mentre tornano dalla “regione lontana” in cui sono andati a sperperare il patrimonio di casa (cf. Lc 15). È il pane dei viandanti, talvolta stanchi, talvolta lenti, spesso sporchi e di quando in quando smarriti – ma sempre decisamente diretti verso casa.

Leggi anche: Nel “discernimento” il futuro della Chiesa: il nuovo libro del Papa

Tutto questo è stato dettagliatamente spiegato dai Vescovi argentini nella loro nota: i quattro punti che seguono il sesto precisano con ogni cura che non si può intendere questa disposizione «come un accesso “allargato” ai sacramenti, o come se qualsiasi situazione giustificasse questo accesso». Non si tratta di situazioni, cioè di condizioni in cui stare: si tratta di passaggi per cui procedere:

Il discernimento non si conclude, perché «è dinamico e deve rimanere sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno» (303), secondo la «legge della gradualità» (295) e confidando sull’aiuto della grazia.

Per cui, infine, che diremo alla nostra lettrice – alla quale spero di aver dato una risposta esauriente e precisa quanto potevano le mie facoltà – in risposta alla sua domanda? Riassumerei così, con un’immagine in parte già accennata e che può facilmente richiamare alla propria mente, quando le fosse capitato di aver accudito qualcuno – figli, marito, genitori… – durante una malattia che «non fosse per la morte» (cf. Gv 11, 4):

  1. Nessun medico può dirti, senza entrare in casa tua e senza aver visitato con cura il paziente, quando arriverà il momento opportuno – tra la debolezza totale e il pieno ristabilimento – in cui un ricostituente potrà risultare efficace e perciò consigliabile;
  2. Tutti i trattamenti speciali riservati a un malato in vista della sua prossima guarigione sono ovviamente destinati a terminare una volta che il malato sia almeno grossomodo ristabilito.

E ringrazio di cuore la lettrice che ha posto la domanda iniziale: raccogliendo le idee per scrivere queste pagine mi sono reso conto «della solidità degli insegnamenti che ho ricevuto» (cf. Lc 1, 4), capisco perché Papa Francesco abbia voluto autenticare questo carteggio privato con la pubblicazione negli Acta Apostolicæ Sedis e mi sento di dire con lui, riguardo ad Amoris lætitia (che comunque va letta tutta, senza limitarsi a qualche nota del capitolo VIII): «Non c’è altra interpretazione».

 

Il documento dei Vescovi argentini

Cari sacerdoti,

abbiamo ricevuto con gioia l’esortazione Amoris lætitia che ci spinge in primo luogo a far crescere l’amore degli sposi e a motivare i giovani affinché scelgano il matrimonio e la famiglia. Questi sono i grandi temi che mai dovrebbero essere trascurati né dimenticati a causa di altri problemi. Francesco ha aperto diverse porte nell’ambito della pastorale familiare e siamo chiamati ad approfittare di questo tempo di misericordia e a farlo nostro come Chiesa.

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