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«Ma quindi come faccio a fare la comunione da divorziata risposata?»

COMMUNION
Wideonet | Shutterstock
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La franca e impegnativa domanda di una lettrice ci porta a una delicata riflessione su Amoris Lætitia e sul documento dei Vescovi argentini che Papa Francesco ha ormai autenticato a mezzo della pubblicazione negli Acta Apostolicæ Sedis. Vediamo dunque di capire cosa il documento non dice… e anche cosa dice.

La qual cosa è, in un certo senso, inevitabile, ma lo vedremo meglio nella pars construens: per ora accenno solo che quando dei vescovi sono andati dal Papa a porgli analoghe questioni, chiedendo se potessero dare o non dare siffatti permessi, Francesco ha appunto rimandato al discernimento. Il quale non significa che ogni vescovo diventa papa e re della morale nella propria diocesi – «giudice finalmente, / arbitro in terra / del bene e del male» (F. De André) –, ma che ognuno di loro deve farsi carico di cadauna particolare situazione di ciascuna persona, specialmente di quante vivono maggiori difficoltà. Il che è molto più facile a dirsi che a farsi: i primi ad essere sollevati, se Amoris lætitia si risolvesse in un semaforo (nuovo o vecchio cambia poco) sarebbero «i pastori che amano esser chiamati pastori mentre si rifiutano di adempiere l’ufficio di pastori» (Agostino, s. 46, 1), giacché «il mondo è pieno di sacerdoti e tuttavia si trova di rado chi lavori nella vigna del Signore; ci siamo assunti l’ufficio sacerdotale e non compiamo le opere che l’ufficio comporta» (Gregorio Magno, h. 17). E siffatti cattivi pastori – lo si dica serenamente quantunque gravemente – si trovano variamente assortiti nei due contrapposti schieramenti.

Leggi anche: La morale dell’Amoris lætitia è tomista. Che cosa intende dire il Papa?

Non può essere, dunque, l’aver subito il divorzio piuttosto che averlo procurato, a fare la differenza: a nessuno che sia stato lasciato dal coniuge è mai stato negato il conforto dei sacramenti, ma ogni uomo che si sposi s’impegna ad amare in modo totale ed esclusivo una e una sola persona «per tutti i giorni della propria vita». Della propria, dice la formula! – nemmeno di quella dell’altro: dunque non c’è modo di liberarsi dal giogo per il quale si è diventati coniugi (il coniugium è proprio l’appaiarsi sotto un unico giogo) per il semplice fatto che l’altra persona se n’è andata. Certo, il giogo che una pariglia di buoi porta senza neppure accorgersene – anzi si tratta di un «giogo soave» (Mt 11, 20) – può diventare un carico pesante, o esistenzialmente “insostenibile” (Lc 11, 46), per una giovenca o per un bue rimasti soli. Ciò vale per la vedovanza, ma ancora più dolorosamente per quando la promessa (mi piace che in francese sia “promessa” il nome dell’anello nuziale) viene infranta: nel primo caso un nuovo matrimonio è di nuovo possibile perché con la morte di uno dei coniugi il matrimonio viene meno – anche se la Chiesa ha sempre tenuto in alto onore lo stato della vedovanza – ma soprattutto è la stessa assenza del coniuge dipartito ad essere temperata di dolcezza nella comunione dei santi. E come si vede… poco aggiunge (o toglie), in tutto ciò, la presenza (o l’assenza) dei figli. La quale dunque non è, in sé, un criterio che permetta alle coppie in condizioni già definite “irregolari” di accedere ai sacramenti.

Pars construens

A tale proposito, dunque, occorre anzitutto richiamare all’attenzione comune il motivo teologico che sostiene insieme la sacramentalità e l’indissolubilità del matrimonio cristiano: esso consta della stretta analogia tra «l’unità di vita e d’amore» (CCC 1603) instaurata tra i coniugi e quell’unione mistica tra Cristo e la Chiesa che opportunamente è stata definita “sponsale” (il testo fondamentale si trova in Ef 5, 21-33). Ecco perché – come mi è capitato di rilevare altrove – ritengo che cogliesse nel segno la nota critica di Aldo Maria Valli rispetto al “matrimonio al volo” benedetto dal Santo Padre nella tratta aerea interna al Cile: non è affatto necessario che il matrimonio avvenga all’interno della celebrazione eucaristica, nondimeno resta sommamente opportuno che il legame tra i due “misteri grandi” venga evidenziato con il collocamento del sacramento nuziale all’interno di quello eucaristico. Per questo motivo troverei molto preoccupanti, se risultassero confermate, le proposte di promozione del rito del matrimonio celebrato fuori dal rito eucaristico.

Vale la pena ricordare questo perché allo stato attuale delle cose esiste un’interpretazione autentica e autenticata dei dubia su Amoris lætitia: poco tempo fa ho avuto l’onore di intervistare, con un caro amico che mi accompagna nella ricerca teologica, monsignor Agostino Marchetto, unanimemente riconosciuto “il miglior ermeneuta del Concilio Vaticano II” (Benedetto XVI – Francesco). A mons. Marchetto dunque ho chiesto quale sia il suo giudizio sul peso che la pubblicazione della nota dei vescovi argentini unitamente al rescritto pontificio bergogliano negli Acta Apostolicæ Sedis porta sulla vexata quæstio. La sua risposta è stata:

La pubblicazione in AAS di cui fa menzione, penso ponga fine alla discussione su quello che è il pensiero del Santo Padre. […].

È vero, ma non è solo fair play ammettere che da questo punto di vista la formulazione volutamente ancipite di Amoris lætitia ha trovato una sua chiarificazione: dopo aver ricevuto la risposta di mons. Marchetto sono tornato a leggere quella nota pastorale e mi sono accorto che solo agli occhi di chi la raccoglie tutta nel suo sesto punto – come l’Esortazione postsinodale era stata banalmente ridotta all’VIII capitolo! – quella nota “apre” a “dispense” e “permessi”.

Leggi anche: Papa Francesco sulle riserve alla Amoris laetitia: la teologia si fa in ginocchio

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