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"This is water!", D. F. Wallace ai laureandi del Kenyon college insegna a rompere il guscio dell'ego (VIDEO)

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Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 24/01/18

Un contemporaneo, potente invito a cambiare modo di pensare ad opera del geniale scrittore statunitense, David Foster Wallace, morto suicida nel 2008

Non è lo “Stay hungry, stay foolish”di Steve Jobs. Non avrà infiammato -per la verità c’è da sospettare che spesso tali micce abbiano acceso fuochi di paglia- manager, neolaureati, allenatori, motivatori di ogni risma. Non è una leva come un’altra, una goccia d’olio lasciata cadere con maestria nella stessa enorme ruota dove nuovi, entusiasti criceti sono pronti a mettersi a correre. Non parla ai laureandi come ai futuri professionisti di successo che tutti sognano di diventare. Non usa sé stesso come una tronfia metafora, una storia edificante a cui ispirarsi fatta di apparenti momenti oscuri che poi rivelano la propria inattesa luce.

Parla agli adulti che, finalmente, i ragazzi in toga e tocco avrebbero dovuto diventare a breve. E parla loro del lavoro incessante che avrebbero dovuto cominciare a compiere su sè stessi ed il proprio pensiero.

In effetti la storiella che funzioni da apologo iniziale c’è anche nel suo discorso tenuto il 21 maggio 2005 ed esordisce così (qua la traduzione in italiano di Roberto Natalini)

Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

David Forster Wallace è stato una Cassandra senza pose tragiche in una gaudente e disperata città di Troia già divorata dalle fiamme. La sua America, l’intero Occidente. Che vive intrappolato dentro al cranio dei suoi abitanti, intenti a godersi piccole insignificanti libertà e del tutto incapaci di riconoscere ed opporsi all’incendio che divampa. Ha cercato di liberare i suoi concittadini dalla gabbia del loro stesso pensiero. Di spiegare loro che cos’è l’acqua; che c’è l’acqua e non siamo noi. Che l’acqua ci sostiene e potrebbe pure essere usata per spegnerli, gli incendi.




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Che fosse un genio ce lo conferma, tra le altre cose, il fatto che non giocasse sempre a rilanciare il proprio gagliardo pensiero oltre i luoghi comuni perché doveva giganteggiare su di essi. I luoghi comuni, a volte, dicono la verità. Una di queste verità da luogo comune riguarda noi, noi che abbiamo fatto studi umanistici. Quelli per cui ci siamo iscritti a vita al club del “filosofia non ti dà un lavoro ma ti apre la mente”, per esempio.

Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.  Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il
vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio. (…)

E’ uno dei pochi adulti non diventato zombie che li avverte, che spiega loro come non vivere da morti, chiusi nella carcassa della loro stessa vita, in una stanza blindata da una solitudine inossidabile.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli.

Invita alla coscienza, alla presenza continua a sé stessi, alla concentrazione, alla consapevolezza. Nessun moralismo, eppure, ciò che esce da queste parole e può diventare pensiero attivo appare morale, buono, vero.

(…)se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

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