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“Ho resistito perché sono stata amata”: Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, nominata senatrice a vita

Liliana Serge
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Per circa quarant’anni non racconta nulla. Sopravvissuta ad indicibili orrori, si è sposata e ha avuto tre figli. Ai ragazzi chiede di scoprirsi forti e di opporsi a odio e indifferenza

Chi è sopravvissuto ad Auschwitz non lo dimentica. E così è un bene che quel numero sia inciso sulla pelle: manifesta una verità interiore.

Nella testimonianza che ha rilasciato per la rivista telematica Deportate, esuli, profughe a pag 159 n. 2 / 2005 dice:

«Come si fa a vivere in queste condizioni? Sopportare tutto questo? Perché l’uomo è fortissimo e questo io l’ho sperimentato. Io ero una ragazzina di 13 anni, non avevo nessuna particolarità,  semmai ero una ragazzina viziata, cresciuta in una famiglia che aveva fatto in modo di preservarmi da tutti i problemi della vita; la forza che c’è in ognuno di noi è grandissima, ed è di questa che noi  dobbiamo far tesoro. Tutti i ragazzi devono credere in questa forza, perché se loro crederanno di avere questa grandissima forza psichica più che fisica, allora non diranno male di nessuno, della famiglia, della scuola, della società se non riescono a fare qualcosa. Ognuno di noi è un mondo e se si impegna può assolutamente fare della sua vita o un capolavoro o anche una piccola vita normale che se sarà onesta e per bene sarà comunque un capolavoro. Noi abbiamo scelto la vita (…)»

Impossibile non sentire l’eco delle parole del Santo Giovanni Paolo II. Alla Signora Liliana faceva venire in mente il caro nonno, quando gli vedeva tremare la mano.

Lei si definisce una nonna dei ragazzi che ogni anno la vanno ad ascoltare in teatro; a loro si impegna a raccontare la sua storia. Anche per quella bambina, lei stessa, si sente nonna. E si guarda, ora, con incredulità (di nuovo!) e struggimento. Come ho fatto?

Si sente una persona normale finalmente; e per lei il profilo di questa normalità ha lo skyline della Terra Promessa perduta e ritrovata.

Per questo, riferisce all’ANSA il 19 gennaio appena scorso di “non potersi dare altra importanza che quella di essere un araldo, una persona che racconta ciò di cui è stata testimone”

 

 

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