Ricevi Aleteia tutti i giorni
Comincia la tua giornata nel modo migliore: leggi la newsletter di Aleteia
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

L’erotismo mistico nell’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini

SAINT TERESA
Minolta DSC
Condividi

La grande opera dello scultore realizzata per la Cappella Cornaro nella straordinaria analisi di Irving Lavin

In sintesi si potrebbe dire che il “morire d’amore” che è proprio di ogni esperienza amorosa, dove chi ama offre la vita per l’amato, viene elevato alla massima potenza nell’esperienza mistica: l’amata vuole donarsi interamente, fino a offrire la vita, al Cristo, unendosi al suo sacrificio sulla croce.

Scrive in proposito ancora Lavin:

«Il Bernini accentuò molto più di ogni suo predecessore l’aspetto fisico dell’esperienza di Teresa. Aveva un motivo particolare per farlo, e precisamente il concetto secondo cui trasverberazione e morte rappresentano il matrimonio di Teresa con Cristo. La metafora del matrimonio era infatti essenziale nell’idea di unione mistica. Teresa stessa l’aveva formulata più volte in questi termini e, al momento della morte, si era rivolta al suo Signore come allo sposo a cui ora si sarebbe unita. “Oh, Señor mío y Esposo mío que ya es llegada la hora tan deseada; tiempo es que nos juntemos”»[22].

E, con l’aiuto dell’Inno liturgico scritto da papa Urbano VIII, Lavin commenta:

«Queste associazioni hanno radice negli inni liturgici di Urbano VIII: la trasverberazione vi è detta una «più dolce morte» e si invoca Teresa come vittima d’amore – “charitatis victima”; il giorno a lei dedicato è il giorno in cui ella udì la voce dello sposo chiamarla a congiungersi in matrimonio con l’Agnello e a ricevere la corona della gloria. La pala del Bernini celebra la consumazione di queste nozze divine. Anzi si potrebbe dire che l’intento principale dell’artista, nel creare la cappella, fosse di illustrare il rapporto fra l’amore come esperienza personale e l’amore come principio teologico, vale a dire la Carità»[23].

4/ La terza innovazione nella rappresentazione dell’estasi di Santa Teresa: la fiamma d’amore raggiunge Teresa – ed ogni uomo – nella comunione eucaristica

Ma c’è una terza innovazione iconografica che il Bernini realizzò nell’estasi di santa Teresa. La pose in estasi, sollevata su di una nuvola, e la pose in tale posizione esattamente sopra l’altare sul quale si celebra l’eucarestia. Inoltre accentuò il simbolismo eucaristico scolpendo l’ultima cena dinanzi all’altare.


Il paliotto con l’Ultima cena scolpito dal Bernini dinanzi all’altare della Cappella Cornaro

Teresa, nei suoi scritti, racconta più volte che le sue estasi avvenivano proprio mentre riceveva l’eucarestia. Aveva anzi ottenuto uno speciale indulto per poterla ricevere ogni giorno, mentre a quei tempi la comunione frequente non era abituale.

Nel Libro della vita la santa racconta più volte cosa le era avvenuto subito dopo aver ricevuto la Comunione eucaristica, come ad esempio in questo brano:

«Figlio mio[24], che mi hai ordinato di scrivere e che nella sua umiltà desidera che così la chiami, tenga solo per sé queste pagine nelle quali vede che io esco dai termini, ché impossibile è trattenermi quando il Signore me ne trae. Dalla comunione di stamattina non mi pare di esser io che parli. Mi par tutto un sogno quel che vedo, e non vorrei vedere che anime malate del mio stesso male. Oh sì, Padre, la supplico! Facciamoci pazzi per amor di Colui che per nostro amore fu chiamato tale!»[25].

Lavin commenta: l’innovazione del Bernini «rispetto alle figurazioni consuete della trasverberazione allude ai mezzi con i quali si raggiunge quell’universalità che consente a tutti di condividere il frutto dell’amore-immolazione di Teresa – cioè l’Eucarestia, sacrificio di Cristo in persona, che viene consumato al momento della Comunione. Mentre in precedenza Teresa era rimasta legata alla terra, il cherubino berniniano la innalza al cielo su una nuvola. Le immagini di santi in estasi, sorretti dalle nuvole, sono tipiche dell’arte sacra della Controriforma, e si può dire che nella pala il Bernini abbia riunito due diverse categorie, l’una letterale e l’altra metaforica»[26].

Teresa sollevata sulle nubi in estasi

Lavin prosegue:

«Mentre le altre levitazioni avvenivano durante le preghiere private dei santi, quella di Teresa accadeva durante la messa, e specificamente alla Comunione, quando riceveva il Santo Sacramento dell’Eucarestia. L’illimitata devozione di Teresa all’Eucarestia costituiva una delle massime manifestazioni della sua pietà mistica, su cui battevano incessantemente i suoi biografi e i testimoni che avevano deposto al processo di canonizzazione. Ella aveva ottenuto una dispensa speciale per ricevere la comunione ogni giorno e una delle sue opere letterarie più estasiate e mirabili è Exclamaciones in cui annotò i sentimenti provati dopo la consumazione dell’ostia. Durante la comunione spesso cadeva in estasi – e saliva in levitazione. Era stato prescelto l’episodio del convento di San Giuseppe senza dubbio a causa della presenza di un importante dignitario ecclesiastico. La levitazione di Teresa era dunque un effetto della sua fede nell’articolo di fede centrale, la transustanziazione. In questo senso il motivo permeò la pala d’altare dello stesso spirito che permea altri elementi della decorazione della cappella: le allusioni all’altare eucaristico del Laterano nella composizione generale; l’aver adattato il tabernacolo eucaristico in prospettiva all’architettura delle nicchie che lo affiancano; la trasformazione dell’effigie adorante in una disputa fra i membri della famiglia Cornaro; la rappresentazione dell’Ultima Cena sul paliotto dell’altare […]. Raffigurando Teresa in levitazione il Bernini rendeva visibile il potere del­l’Eucarestia – quel principio attivo dell’amore che congiunge l’umano e il divino, e qui collega la morte-trasverberazione di Teresa a Cristo da una parte e agli uomini dall’altra»[27].

In un’epoca in cui l’accento cadeva sulla transustanziazione che veniva sottolineata dai tabernacoli d’altare e dai baldacchini – come quello realizzato dal Bernini per San Pietro – anche l’estasi di santa Teresa veniva così connessa con l’esperienza della sua levitazione, avvenuta a motivo della Comunione ricevuta, e con il paliotto dell’Ultima cena, collocandola nella stessa prospettiva eucaristica.

Lavin sottolinea poi come l’angelo sollevi Teresa con la mano sinistra. La levità del corpo di Teresa è ancora accentuata dalle pieghe delle vesti che non sembrano attratte da alcuna forza di gravità, ma si librano liberamente. L’angelo la colpisce d’amore fin nell’intimo delle viscere e il drappeggio assurge a espressione del fatto che Teresa è totalmente infiammata dalla carità divina e portata verso Dio.

Le vesti che non avvertono la forza di gravità e l’angelo che solleva Teresa e la sua veste con la mano sinistra

5/ Una visione sintetica

Nel suo studio magistrale Lavin sottolinea dunque come siano «profondamente connessi tra loro i temi apparentemente distinti che il Bernini fuse insieme nella trasverberazione – la morte di Teresa, la sua levitazione eucaristica e il suo matrimonio mistico. La loro unione fece della pala di Teresa l’incarnazione reale del significato ultimo della liturgia: l’amore, la più grande delle virtù cristiane, congiunge l’invocazione alla santa, il sacrificio sull’altare e la promessa di salvezza»[28].

Ma sottolinea al contempo come tutta la Cappella parli, attraverso l’estasi di Teresa, di ogni uomo che dagli inferi viene ridestato per unirsi infine in cielo al suo Signore.


L’insieme della Cappella dal basso, senza però l’affresco con lo Spirito Santo e l’arco con l’iscrizione sostenuto dagli angeli che vi appartengono

 


[1] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, p. 149.

[2] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, p. 141.

[3] La dedica della propria Cappella di famiglia a santa Teresa da parte del cardinal Federico Cornaro appare naturale: divenuto nel 1631 patriarca di Venezia vi accolse una prima comunità di Carmelitani Scalzi nel 1633: con loro spesso si consigliò nel governo della diocesi. Essendo poi il convento e il seminario degli Scalzi adiacenti alla chiesa di Santa Maria della Vittoria e la chiesa stessa custodita da quell’ordine, la dedicazione non poteva che incontrare il loro favore. Lavin ricorda come il legame che si strinse fra il cardinal Cornaro e l’ordine dei carmelitani scalzi è evidente anche dalla vicenda che vide protagonista la monaca Arcangela Tarabotti. Questa, posta dalla famiglia in convento carmelitano secondo le usanze del tempo all’età di 11 anni, si ribellò alla cosa e scrisse libri contro la monacazione in età giovanile i cui titoli sono eloquenti: La semplicità ingannataLa tirannia paternaL’inferno monacale. Nel 1633, però, cambiò completamente la sua visione delle cose proprio grazie a colloqui con il Cornaro e scrisse una ritrattazione di quei volumi dal titolo Il Paradiso monacale, conservando da quel momento fino alla morte un sincero attaccamento alla vita religiosa (cfr. I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, pp. 85-86).

[4] Il senso di quel dialogo è simile a quello che avviene fra i personaggi disposti da Raffaello nella famosa “Disputa sull’eucarestia” della Stanza della Segnatura: anche lì non si tratta assolutamente di una disputa, bensì di un’“esaltazione” dell’eucarestia a cui tutti danno gloria con la loro presenza, testimoni della sua infinita ricchezza.

[5] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, pp. 132-133.

[6] Teresa d’Avila, Libro della vita, XXIX, 10.13.

[7] Così Teresa descrive ancora l’esperienza dell’amore di Dio che la ferisce: «Tanto tormento unito a tanta gioia mi stupiva moltissimo, e non sapevo capire come ciò avvenisse. Che stupore per un’anima vedersi così ferita! Sì, per quello che sente può ben dire di essere stata ferita, ma che da parte sua non ha fatto nulla per attirarsi tanto amore. Fu tutto da una causa superiore, ossia del grande amore che Dio le porta, dal quale le sembra venuta la scintilla che ora la consuma. Quante volte quando mi trovo in questo stato, mi viene in mente il passo di David, che pare in me realizzarsi alla lettera: Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum!» (Teresa d’Avila, Libro della vita, XXIX, 11).

[8] Così racconta Teresa: «Piacque a Dio di favorirmi a più riprese con la seguente visione. Vedevo vicino a me, al lato sinistro, un angelo in forma corporea. È raro che veda gli angeli in questo modo. Parecchi me ne sono apparsi […]. Questa volta piacque al Signore di farmelo vedere così. Non era grande, ma piccolo e molto bello: all’ardore del volto pareva uno di quegli spiriti sublimi che sembra si consumino tutti in amore, e credo si chiamino Cherubini. Essi non mi dicono mai come si chiamano, ma vi è tanta differenza tra certi angeli e certi altri, e tra l’uno e l’altro di essi, che non saprei come esprimermi. Quel Cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro, sulla cui punta di ferro sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappar fuori quando ritirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace di amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti di cui ho parlato più sopra, ma insieme pure tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine e di cercare altro diversivo fuori che Dio. Benché non sia un dolore fisico ma spirituale, vi partecipa un poco anche il corpo, anzi moltoAllora tra l’anima e Dio passa come un soavissimo idillio. E io prego la divina bontà di farne parte a coloro che non mi credessero» (Libro della vita, XXIX, 13).

[9] Agostino di Ippona, Trattati su Giovanni, 26, 4-6.

[10] Teresa d’Avila, Libro della vita, XXIX, 13.

[11] Com’è noto quel giorno il papa canonizzò insieme santa Teresa d’Avila, san Filippo Neri, sant’Ignazio di Loyola, san Francesco Saverio, sant’Isidoro agricoltore.

[12] Scrive Lavin: «Oltre a citazioni dall’Antico e Nuovo Testamento, l’ufficio comprende una preghiera, che si richiama agli scritti di Teresa, alcune letture che riassumono la vita di Teresa in base alla bolla di canonizzazione, e due inni. Questi inni – fondamentali per capire il significato della cappella e la sua decorazione – furono composti dal papa Urbano VIII, che era stato il massimo committente del Bernini e aveva nominato cardinale Federico Cornaro»(I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, p. 127).

[13] Così l’originale latino:
Sponsíque voces áudiit:
«Veni, soror, de vértice
Carméli ad Agni núptias;
veni ad corónam glóriæ».

Te, sponse, Iesu, vírginum,
beáti adórent órdines,
et nuptiáli cántico
laudent per omne sæculum. Amen.

[14] Teresa morì il 4 ottobre 1582, ma proprio per quella notte papa Gregorio aveva deciso la modifica del calendario per riallinearlo rispetto al ciclo delle stagioni, motivo per il quale la festa di santa Teresa è oggi celebrata il 15 di ottobre, nell’attuale calendario detto appunto gregoriano.

[15] Lettera così citata in appendice al Libro della vita nell’edizione on-line a cura dei Carmelitani, senza indicazione più precisa di riferimento alla fonte.

[16] Qui il riferimento è al desiderio di martirio della giovane Teresa che si allontanò da casa insieme al fratello nel desiderio di essere uccisa dai turchi musulmani annunciando loro l’amore di Gesù: i due furono presto ricondotti a casa dai familiari. L’episodio è raffigurato nei bassorilievi della cappella Cornaro di cui si è già parlato.

[17] Questo il testo originale latino dell’inno:
Regis superni nuntia
domum paternam deseris,
terris, Teresa, barbaris
Christum datura aut sanguinem.

Sed te manet suavior
mors, pœna poscit dulcior:
divini amoris cuspide
in vulnus icta concides.

O caritátis victima,
tu corda nostra concrema,
tibique gentes creditas
inferni ab igne libera.

Te, sponse, Iesu, virginum,
beati adorent ordines,
et nuptiali cantico
laudent per omne sæculum.

[18] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, pp. 124-125.

[19] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, p. 128.

[20] Il riferimento alla morte d’amore è, comunque, continuamente presente nella descrizione che la stessa Teresa fornisce dell’esperienza della transverberazione: «Intanto, l’anima non sapendo far altro, va in cerca di qualche rimedio, e quando quel trasporto non è molto impetuoso, le sembra di potersi alquanto calmare con alcune penitenze. Ma per quante ne faccia, il corpo pare inanimato e non sente dolore, neppure se versa sangue. Cerca modi e maniere per soffrire qualche cosa per amore di Dio; ma quel primo dolore è così grande, da non poter essere attutito da alcun tormento corporale. Il suo rimedio non è qui: le medicine della terra sono troppo deboli per un male così alto. Per mitigarlo e renderlo alquanto sopportabile, non v’è che da domandarne il rimedio al Signore. Per l’anima non vi è altro che la morte, perché solo con essa pensa di poter godere in pieno del suo Bene. Alle volte l’impeto è così forte da non poter proprio far nulla, neppure invocare aiuto da Dio. Il corpo rimane come morto: non si può muovere né mani, né piedi. Se sta in piedi, si accascia su se stesso, senza neppure la forza di respirare. Si lascia fuggire qualche gemito debole di voce perché non ne può più, ma molto infuocato per sentimento» (Teresa d’Avila, Libro della vita, XXIX, 12).

[21] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, pp. 129-130.

[22] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, p. 133.

[23] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, p. 136.

[24] Con le espressioni “figlio” e “padre” la santa si rivolge a padre Pietro Ibañez che è l’interlocutore del Libro della vita di Teresa.

[25] Teresa d’Avila, Libro della vita, XVI, 6.

[26] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, pp. 129-130.

[27] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, pp. 131-132.

[28] I. Lavin, Bernini e l’unità delle arti visive, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1980, p. 136.

Articolo tratto dal sito web del Centro Culturale “Gli Scritti”

Pagine: 1 2 3 4 5

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni