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L’erotismo mistico nell’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini

SAINT TERESA
Minolta DSC
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La grande opera dello scultore realizzata per la Cappella Cornaro nella straordinaria analisi di Irving Lavin

Sant’Agostino ha scritto con rara profondità sull’esistenza del piacere spirituale della comunione con Dio e di come essa attiri l’anima dell’uomo: «Forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l’anima non dovrebbe averli? […] Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. Dammi uno che arda di desiderio, uno che abbia fame, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, uno che sospiri alla fonte della patria eterna, dammi uno che sperimenti dentro di sé tutto questo ed egli capirà la mia affermazione. Se, invece, parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico. Tu mostri ad una pecora un ramoscello verde e te la tiri dietro. Mostri ad un fanciullo delle noci, ed egli viene attratto e là corre dove si sente attratto: è attirato dall’amore, è attirato senza subire costrizione fisica; è attirato dal vincolo che lega il cuore. Se, dunque, queste delizie e piaceri terreni, presentati ai loro amatori, esercitano su di loro una forte attrattiva – perché rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere – come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre? Che altro desidera più ardentemente l’anima, se non la verità?»[9].

Teresa – d’accordo con sant’Agostino – specifica che tale piacere spirituale, tutto intimo e profondo, in realtà tocca anche il corpo che ne partecipa. Scrive proprio a proposito della trasverberazione, come si è già detto: «Benché non sia un dolore [e un diletto] fisico ma spirituale, vi partecipa un poco anche il corpo, anzi molto»[10].

Bernini dovette leggere personalmente i testi della santa spagnola, meditandoli per poterli tradurre in scultura, ma ebbe certamente anche come ispiratore papa Urbano VIII che amava molto santa Teresa d’Avila che era appena stata canonizzata il 12 marzo 1622 da Gregorio XV, suo immediato predecessore[11].

Urbano VIII, che era anche scrittore e poeta, appena divenuto papa volle comporre personalmente gli inni liturgici per le celebrazioni del Breviario in onore di santa Teresa[12].

L’inno del Mattutino recita:

«E [Teresa] ode la voce dello Sposo: «Vieni, o sorella, dalla cima del Carmelo alle nozze dell’Agnello; vieni alla corona di gloria». Te, o Gesù sposo, adorino le beate schiere delle vergini e [ti] lodino per tutti i secoli con un cantico di nozze. Amen»[13],

dove l’eco del Cantico dei cantici – che chiama l’amata “sorella” – si unisce alla terminologia neotestamentaria della “sposa dell’Agnello”.

Come si vedrà fra breve, anche l’inno per i primi vespri composto da papa Urbano VIII fa propria la terminologia dell’amore sponsale fra Teresa e Gesù Cristo.

3/ La seconda innovazione del Bernini nella raffigurazione dell’estasi teresiana: la santa è rappresentata nell’atto di morire

La seconda innovazione iconografica del Bernini è stata quella di rappresentare Teresa sdraiata, perché in punto di morte. Anche qui è Lavin a sottolinearlo. Egli ricorda come Teresa nell’esperienza della trasverberazione e dell’estasi fosse sempre stata rappresentata in ginocchio, spesso con un libro di preghiere aperto, anche con un intento didattico e devozionale, a ricordare l’importanza decisiva di quell’esperienza unica che è la comunione con Dio nella preghiera.

Nell’estasi di Santa Maria delle Vittoria, invece, il cherubino è saldamente in piedi, mentre la santa è sdraiata all’indietro. Le sue palpebre – sottolinea Lavin – sono pesantemente calate, chiuse, come avviene di una persona che sta per lasciare questa terra.

La morte d’amore di Teresa

Inoltre Teresa è rappresentata molto giovane e molto bella, proprio come le fonti attestano fosse divenuta in punto di morte, nonostante fosse ormai settantenne e anche da giovane non fosse particolarmente attraente.

Della morte di Teresa[14] non abbiamo ovviamente un racconto autobiografico, bensì è suor Anna di San Bartolomeo, la più vicina collaboratrice della santa e sua segretaria, a raccontare quell’evento:

«Da due giorni non mi staccavo un momento da lei. Chiedevo alle monache che mi portassero quello che mi occorreva, e io glielo davo, perché, standomene lì, vedevo di farle piacere. Il giorno in cui morì, stette fin dal mattino senza poter parlare. Alla sera, il p. Antonio di Gesù che l’assisteva, mi ordinò di andare a mangiare qualche cosa. Essendomene andata, la Santa non stava ferma guardava qua e là. Il Padre le chiese se desiderasse di me. Fece dei segni che volevano dire di sì. Mi chiamarono subito, e quando mi vide, sorrise, mi mostrò grazia e amore, prese le mie mani fra le sue e posò la sua testa fra le mie braccia. La tenni così finché spirò restando io più morta di lei. Era così accesa di amore che pareva non vedesse l’ora di uscire dal corpo per andare dal suo SposoIl Signore, vedendo la mia poca pazienza nel sopportare tanto dolore, mi si dette a vedere ai piedi del letto. Era circonfuso di maestà e veniva in compagnia dei beati a prendere l’anima della sua serva. Questa visione gloriosissima durò soltanto il tempo di un Credo, ma valse a cambiare la mia pena in una grande rassegnazione, tanto che subito domandai a Dio perdono dicendogli: “Signore, anche se per mia consolazione Vostra Maestà volesse lasciarmela, ora che ho visto la sua gloria, vi chiedo di non lasciarla neppure un istante”. Appena terminate queste parole, ella placidamente spirò e a guisa di colomba andò a godere il suo Dio»[15].

I testimoni raccontano anche che un albero inaridito, situato sotto la finestra della cella, si ricoprì di fiori, mentre una luce straordinaria illuminò nella notte il tetto del monastero.

Bernini si ispira ai resoconti della morte di Teresa. Ma non solo ad essi: infatti, il collegamento fra l’estasi e la morte era presente ancora una volta negli inni composti da papa Urbano VIII ed in particolare in quello composto per la vigilia.

Nell’inno del vespro si dice infatti: «Messaggera del Re celeste, lasci la casa paterna, per dare Cristo o il sangue alle terre barbare, Teresa[16]Ma ti attende una morte più dolce, [ti] reclama una pena più dolce: cadrai, ferita da un dardo d’amore divino. O vittima della carità, brucia i nostri cuori e libera dal fuoco dell’inferno le genti che si affidano a te. Te, o Gesù sposo, adorino le beate schiere delle vergini e [ti] lodino per tutti i secoli con un cantico di nozze. Amen»[17].

Anche qui si vede come Bernini intendeva farsi portavoce della visione spirituale di papa Urbano VIII su Teresa. Non solo, ma, così facendo, riuscì a portare all’estremo iconografico quella tensione fra dolore e piacere che è tipica non solo di ogni passione amorosa, ma ancor più di ogni vera esperienza mistica, proprio come nel Cantico dei Cantici dove l’amata è “ferita d’amore”.

Scrive Lavin:

«La posizione sdraiata di Teresa allude a uno degli episodi più rilevanti della sua biografia, la morte. L’associazione fra estasi e morte era endemica nella tradizione mistica: il dolore dell’amore spirituale era concepito come una ferita, e la ferita era mortale. La vita di chi amava spiritualmente era difatti un continuo morire, e la morte vera diveniva l’unione definitiva tra amante e essere amato. Questa convinzione era insita nei resoconti dei testimoni delle ultime ore di Teresa, la cui morte fu essa stessa un evento miracoloso. Miracoloso perché accompagnato da fenomeni soprannaturali – Teresa a un tratto si fece giovane e bella, pur essendo quasi settantenne e comunque di aspetto notoriamente modesto; benché fosse una giornata buia, una luce splendente si diffuse intorno; un albero, da lungo tempo rinsecchito, si coprì di fiori; apparve Cristo, con la Vergine e San Giuseppe; e una colomba bianca fu vista uscire dal corpo della santa e volare verso il cielo. La morte di Teresa fu miracolosa anche perché non derivò da cause naturali, per quanto la malattia ne avesse indebolito il fisico. Ella morì invece in estasi, in un trasporto di spirituale amore di Dio, durante il quale pronunciò parole di affetto per il suo Sposo e con gioia donò il suo spirito. Le prove di ciò furono date non solo dai testimoni, ma anche dalla precedente predizione della stessa Teresa e dalla sua conferma successiva, in un’apparizione alle consorelle del convento. Il ritenere la sua morte un fatto soprannaturale divenne convinzione canonica e fu incluso negli atti e nelle bolle ufficiali della sua canonizzazione oltre alle letture del suo ufficio. Nell’incisione dedicata alla sua morte della biografia illustrata pubblicata da Collaert e Galle per la sua beatificazione, la santa è distesa sul letto di morte con una croce in mano; in alto appaiono Cristo, con la Vergine e San Giuseppe, e la colomba che vola verso di Lui. La didascalia si richiama specificamente al carattere di estasi della morte: «Ella fu ferita dalla più fervida forza d’amore». In altre parole, Teresa era una martire, non nel senso fisico del morire per la fede, ma nel senso spirituale del morire della sua fede»[18].

Scrive ancora Lavin: «Gli inni [di Urbano VIII ] dunque congiungono il tema generale della ferita d’amore sia al concetto della morte di Teresa come una sorta di martirio, sia alla precisa identificazione della sua morte con la trasverberazione. Chiaramente il filo connettivo era il “sacrificio” di Teresa, mediante il quale l’umanità in genere può ottenere la salvezza: è anche chiaro che per Urbano il motivo di stabilire quella connessione era proprio lo scopo liturgico degli inni»[19].

Bernini, a partire da quelle intuizioni, volle rendere il visitatore della Cappella Cornaro e il devoto di Santa Teresa spettatore di tale evento, come in un teatro dove i due protagonisti, l’angelo e la santa che muore[20], non guardano allo spettatore, mentre è quest’ultimo a poter assistere non visto da loro a ciò che avvenne al momento del trapasso di Teresa:

«La fusione dei due temi stabilita da Urbano VIII aveva reso universale l’esperienza di Teresa, e quindi pertinente alle funzioni religiose e funerarie di una cappella; il potere di intercedere per l’umanità veniva a Teresa dal suo amore sacrificale. Unendo visivamente la trasverberazione e la morte, il Bernini fece della sua pala d’altare non una illustrazione emblematica, bensì una recita, un’analogia vivente della liturgia di Santa Teresa»[21].

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