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Wonder: "non puoi nasconderti se sei nato per emergere"

Wonder

© Lionsgate | Mandeville Films | Participant Media | Walden Media

Wonder prova che anche scommettere sul cinema familiare può rendere milionari. Secondo la rivista Forbes, la Roberts è stata la settima attrice più pagata del 2017.

Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 18/01/18

Non conta solo essere accettati, tollerati, digeriti. Noi, tutti, abbiamo bisogno di essere preferiti. Un bel film che insegna parecchie cose buone, senza averne troppo l'aria

Premessa. Siamo venuti in contatto con il libro Wonder di R.J. Palacio, uscito nel 2013, durante la prima media della nostra primogenita. Che, sia messo a verbale, è una lettrice molto vorace ma, di fronte alle proposte di titoli da parte degli insegnanti, le sale subito l’abulima, l’anoressia, il rifiuto fisico alla lettura.

L’ha letto sì, ma con l’entusiasmo di un condannato ai lavori forzati a inizio pena.

Sta di fatto che poi, come tutti sappiamo, è arrivato il S. Natale. E con esso, insieme alla bellezza non chiassosa della gioia interiore che ci ha rinnovato il cuore (perché, da quando Quel Bimbo è nato e si è sparsa la voce, abbiamo avuto lo spoiler più bello della storia – non del cinema-), anche una serie di corollari gradevoli come il classico appuntamento al cinema.

Sempre fornendovi dettagli familiari del tutto irrilevanti, devo confessarvi che non ero proprio entusiasta all’idea, sebbene ne fossi stata l’improvvida promotrice. Margherita di solito entro i primi venticinque minuti sente l’impellente bisogno di un giro alla toilette, nonostante l’ordine tassativo, eseguito, di fare tappa in bagno PRIMA di uscire di casa. La sorella maggiore non si sente ancora tranquilla quando le luci si spengono ed in ogni caso una bella vasca, profonda tanto da prevedere obbligo di bagnino, di popcorn pensa che potrebbe calmarla. La piccola ha sete.

Ma ormai i biglietti erano prenotati, la nonna allertata per l’affidamento del più piccolo e fermare una macchina organizzativa così pesante ormai lanciata in discesa mi scoraggiava più degli inconvenienti temuti.

Sala 3, il film sta per iniziare. Sì quasi. A breve. Ancora uno spot di auto. E l’ultimo del ristorante per banchetti ed eventi. Un attimo ancora per riflettere sulla possibilità di acquistare immobili sul Garda. Una cinquina di trailer (e le bambine? Resisteranno? Questa marcia di avvicinamento si fa estenuante). Ora inizia.

Wonder. Perché tu sei meraviglioso

Eppure racconta di un bimbo che non è mai stato bello nel senso più superficiale del termine. La mamma gli dice che è bello e che quel che dice lei vale di più perché lei lo conosce di più. Verissimo. Ma entrambi sanno, e noi con loro, lì sprofondati nelle nostre poltroncine, che nella vita di quasi tutti i giorni, Auggie sarà guardato con stupore e spesso con ribrezzo perché ci sarà pur sempre qualcuno che lo vedrà per la prima volta.

E’ piaciuto a tutti. Non alle masse!

Sì, tra i tantissimi a cui è piaciuto ci siamo anche noi. Mio marito, io e, soprattutto, le nostre tre figlie.

La secondogenita ha vinto la sua irrefrenabile voglia di uscire a far due passi. La piccola ha seguito tutto occhi sgranati. La maggiore, quella che era stata costretta a leggere il libro, deve arrendersi: le è piaciuto un sacco e non riesce a non sorridere. Forse tornerà a vederselo con la sua amica.

“Sai mamma qual è la persona che mi è piaciuta di più nel film?” chiede Marghe.

“La sorella”…

Oh, benedetta identificazione, benedetto effetto catarsi o quel che sia. Ha ragione. Lei pure è “la sorella”. Lei sa cosa vuol dire stare in pena per il proprio fratellino e in più segretamente detestare il fatto che le rubi i genitori e la loro attenzione.

Ma il bello della storia raccontata, e delle nostre, è che nessuno è “un caso”. Nessuno è una sindrome. Nessuno è il fratello del disabile.

Ognuno è qualcuno e il film, come le vite fuori, è pieno di storie.

I personaggi sono credibili, ben tracciati senza diventare grevi e senza trascinarci in estenuanti operazioni di scandaglio. La vita, al presente, reclama attenzione di continuo.

Ogni comportamento, ogni ingiustizia inflitta nasconde e rivela un dolore, una ferita. Ma non c’è traccia di commiserazione e sentimentalismo a buon mercato.

Auggie, il bambino nato con gravissime malformazioni cranio-facciali, è effettivamente il sole attorno a cui ruotano tutti – come dirà Via –  ma ognuno ha la sua massa e se la gioca alla grande: ogni personaggio-pianeta resta in orbita, scaldato, illuminato e non risucchiato dall’imponenza dell’astro.

Mi sono facilmente immedesimata nello shock della nascita di un figlio che si aspettava sano e invece ha qualcosa che non è affatto normale e che non passerà mai. Mi è piaciuto da morire il fatto che le note dolenti e quelle gioiose, allegre ma mai troppo, sono spesso scritte sullo stesso spartito. Il parto di Auggie è pieno di dettagli comici, grotteschi, teneri e drammatici. Il mix-and-match della vita vera.

Una famiglia eroica e normale

Il rapporto tra marito e moglie è convincente e ci si riconosce volentieri. Eroica normalità, piccole tensioni, amore che dura. La mamma  giganteggia, in effetti, su tutti (davvero brava Julia Roberts); ma il marito (il biondo di Zoolander e di “Due single a nozze”, Owen Wilson) è abbastanza intelligente da non farsi schiacciare e da essere per i figli il controcanto necessario alla melodia materna.

“Perché stai bisbigliando papà?”, gli chiederà Auggie mentre stanno architettando qualcosa.

“Perché ho paura della mamma”, gli confessa. E’ la dolcissima, sincera complicità tra due maschi che non hanno affatto paura della donna, ma nemmeno alcuna voglia di sentirsi interminabili, ragionevolissime prediche. Giocano alla playstation senza ritegno e le risse bisogna vincerle – anche se la mamma insiste che non ci si deve picchiare mai.

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bullismodisabilitàrecensioni film
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