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Veramente san Tommaso Moro era a favore dell’eutanasia?

San Tommaso Moro – es

© DR

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 18/01/18

Per non parlare della luce della fede, che non compare esplicitamente in Utopia – ai cittadini del principe senza-popolo è richiesto un bagaglio dogmatico minimo, simile a quello delle prime logge massoniche –: nella sua opera, ad esempio, More ammette volentieri il divorzio. Sarebbe davvero difficile spiegare come mai lo stesso More – per obbedire alla propria coscienza, alla propria retta ragione illuminata dalla fede – abbia esposto sé stesso all’infamante accusa di alto tradimento, nonché alla pena capitale che ipso iure ne conseguiva, e l’amatissima figlia Margaret a diventare orfana in modo tanto orrendo e ignominioso (vedere la testa del proprio padre esposta per settimane in città dev’essere cosa dai cui strascichi neanche gli analisti di Woody Allen potranno guarirti)… ebbene, sarebbe difficile spiegare come mai un uomo affronti tutto questo per non accettare l’illegittimità della pretesa del re in merito al proprio matrimonio.




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Ancora convinti che in Utopia si debba rintracciare tout court il pensiero di More? Allora leggiamo cosa ne pensano quelli del Thomas More Institute, che ogni giorno mangiano pane e Thomas More:

Non è corretto dire che Thomas More fosse di per sé favorevole all’eutanasia. Utopia è un mondo fittizio: le pratiche sull’isola immaginaria ci sono descritte da Raphael Hythlodaeus, il cui nome significa “fornitore di non-sense” – cosa non rassicurante. È vero, Raphael racconta dell’eutanasia a Utopia, ma nel primo libro, mentre discute a casa del cardinale Morton della pena di morte, rigetta il suicidio: «Dio ci ha negato il diritto di prendere non solo la vita altrui, ma anche la nostra propria». Gli utopiani sembrano condividere molte idee con i filosofi pre-cristiani del mondo antico: gli stoici accettavano il suicidio, come Plotino, ma a condizioni molto restrittive. More colloca l’idea dell’eutanasia nel contesto della religione puramente naturale seguita dagli utopiani, ma il cristianesimo deve ancora incidere nel loro mondo. Non sembra ci sia ragione di supporre che More volesse allontanarsi dalla prospettiva della retta fede cristiana (come in Eb 12, 5-13), che cioè la sofferenza abbia virtualmente il potere di trasformare le persone, e il fatto che nel 1501 lo stesso More desse lezioni sul De Civitate Dei di sant’Agostino lascia intendere che lo stesso abbia recepito gli argomenti lì dati contro il suicidio (libro I, capitoli 20-22). È quindi improbabile che More fosse a favore dell’eutanasia: la procedura immaginaria descritta in Utopia, cioè in un contesto non cristiano, mostra semplice compassione per i malati terminali.

E pure sant’Agostino, nella più ambiziosa e vasta delle sue opere (cioè quel De Civitate Dei che fu oggetto delle lezioni di More nel 1501), si confrontava col retaggio dell’antichità pagana e con la sua proposta per la casa comune. Questo dunque diceva il Vescovo di Ippona:

Coloro che si sono uccisi, se forse sono da ammirare per grandezza d’animo, non sono da lodare per rettitudine di giudizio. E se si esamina attentamente la ragione, non si dovrà considerare neanche grandezza d’animo se qualcuno si uccide perché non è capace di sopportare le varie difficoltà o i peccati altrui. Piuttosto si giudica come carattere debole quello che non può tollerare la difficile soggezione della propria sensibilità o la stolta opinione del volgo. Si deve considerare animo più nobile quello che riesce a tollerare piuttosto che a fuggire la vita di stento e a disprezzare alla chiara luce della coscienza il giudizio degli uomini e soprattutto della massa che il più delle volte è avvolto nella foschia dell’errore. E per questo se si deve ritenere un atto di coraggio quando un uomo si dà la morte, si riscontra che ebbe questa grandezza d’animo piuttosto Teombroto. Dicono che letto il libro di Platone, in cui questi ha disputato dell’immortalità dell’anima, si gettò da un muro e così da questa vita andò a quella che reputava migliore. Non lo sovrastava nessun caso vero o falso di sventura o di diceria tale che, non potendolo sopportare, si dovesse uccidere. A scegliere la morte e spezzare i dolci legami alla vita gli bastò la sola grandezza d’animo. Tuttavia lo stesso Platone, che aveva letto, poteva insegnargli che fu un gesto più di coraggio che di onestà. Questi infatti l’avrebbe fatto certamente per singolare preferenza e anche comandato, se in base all’idea che ebbe dell’immortalità dell’anima non avesse giudicato che non si deve fare, anzi che si deve proibire.

Ma, dicono, molti si sono uccisi per non cadere in mano dei nemici. Adesso non stiamo discutendo se è avvenuto ma se doveva avvenire. La retta ragione si deve anteporre anche agli esempi. Con essa possono concordare anche gli esempi, ma quelli che sono tanto più degni di imitazione quanto più segnalati per religiosità. Non l’han fatto i patriarchi, non i profeti, non gli Apostoli. Lo stesso Cristo Signore, quando consigliò quest’ultimi, se soffrivano persecuzione, di fuggire di città in città, poteva consigliarli di uccidersi per non cadere in mano dei persecutori. E se egli non ha né comandato né consigliato che uscissero in questo modo dalla vita i suoi, ai quali, una volta usciti, aveva promesso di preparare una dimora nell’eternità, qualunque sia l’esempio che propongono i pagani i quali non conoscono Dio, è chiaro che non è lecito seguirlo da coloro che adorano l’unico vero Dio.

Aug., ciu I, 22

Che altro aggiungere, ora che abbiamo mostrato testi alla mano quanto vergognosamente sia stato strumentalizzato contro la Chiesa uno statista che per la fedeltà ad Essa si avvicinò nel martirio al Precursore di Cristo? Eh, questi magistrati… Forse non aveva torto Shakespeare (citazione per citazione…) a dire:

La prima cosa da fare

è uccidere tutti gli avvocati.

William Shakespeare, Enrico VI, 2, 4, 2

E cosa importa, in fondo, che a dirlo fosse il personaggio di Dick, macellaio al seguito dell’arruffapopoli Jack Cade? Anche Cade tentava di sedurre le folle promuovendo una società di persone assolutamente libere di fare tutto ciò che volessero (purché lo riconoscessero per signore…), una società contemporaneamente libera e uguale, priva di povertà e di proprietà privata. Una vera utopia! E Shakespeare è perfino meno sornione di More nel far capire da che parte si ponga di fronte a certe proposte radicali.




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Dunque non è vero, lo so, che Shakespeare incitasse alla mattanza dei magistrati, ma se oggi i magistrati incitano alla mattanza delle folle e approfittano tanto vergognosamente della comune ignoranza da far credere che Thomas More fosse a favore dell’eutanasia… Tiziana Siciliano non potrà lamentarsi se facciamo circolare quel distico del Bardo Immortale.

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