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Veramente san Tommaso Moro era a favore dell’eutanasia?

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 18/01/18

Shakespeare scrisse: «La prima cosa da fare / è uccidere tutti gli avvocati». Ci metteremmo sullo stesso piano di onestà del pm Tiziana Siciliano, se le scagliassimo addosso questa citazione. Questo è però quanto lei ha fatto chiudendo ieri la sua requisitoria nel processo a Cappato con una vergognosa storpiatura del pensiero di Thomas More, il quale morì da martire, non da vile.

Durante quella sfilata radicale in salsa d’ingiustizia che è il processo milanese a Marco Cappato – indagato ai sensi dell’art. 580 del codice penale per il reato di aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani – stiamo vedendo di tutto. Ieri, in particolare, si sono toccati picchi di surrealismo che non sarebbero dispiaciuti a drammaturghi dell’assurdo come Eugène Ionesco.

Ve lo immaginate un procuratore che si mette a fare l’avvocato difensore? Ci si arriva a stento, ma al pm Tiziana Siciliano è riuscito questo mirabolante gioco di prestigio:

Mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa: io rappresento lo Stato, e lo Stato è anche Marco Cappato.

Il gioco delle tre carte, del resto, era cominciato da mesi, se si pensa che a maggio scorso la Siciliano aveva spiegato:

Le pratiche di suicidio assistito non costituiscono una violazione del diritto alla vita quando siano connesse a situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile e/o indegna dal malato stesso.

Il GIP non fu dello stesso parere (guarda un po’), e ieri il pm è tornato alla carica chiedendo l’assoluzione per Cappato (!) o in alternativa un rinvio degli atti alla Consulta, per rivedere l’art. 580 del C.D.P. Sicché, ricapitolando, la Procura ci spiega che lo Stato va ravvisato nella persona di un delinquente reo confesso, frattanto si trasforma in avvocato difensore dell’imputato e chiede che a essere messo sotto processo sia l’ordinamento vigente italiano – nel quale, ci par di capire, non si dovrebbe ravvisare lo Stato (quello che il pm afferma di rappresentare).




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Se ne possono trarre diverse considerazioni, anche piuttosto banali:

  • Esiste un problema della magistratura, in Italia, che si produce in ingerenze ormai scoperte e svergognate nel potere legislativo;
  • Tiziana Siciliano è un magistrato palesemente politicizzato, né desterebbe meraviglia se Emma Bonino se la portasse in Parlamento a marzo (il fatto è che lei aveva chiesto 10 posti sicuri, mentre per il prezzo pattuito il Pd, che le ha ceduto il simbolo risparmiandole l’impresa per lei impossibile di presentare candidati e raccogliere firme, glie ne può dare “solo 4”, quindi chissà se per la Siciliano ci sarà posto…);
  • La stessa Siciliano ha mostrato una particolare predilezione per i processi ad alta esposizione mediatica (o sarà un caso che sia stata pm in tutto il “Rubygate”?): quest’attitudine a invadere il “quarto potere”, oltre che il secondo, dovrebbe essere oggetto di una riflessione a parte, ma qui la possiamo rubricare come corollario del punto precedente.

A parte questo, i prodigi della neolingua e delle narrazioni orwelliane – quelle per cui il linguaggio plasma e informa la realtà, invece di descriverla – non si sono fermati, perché la Siciliano si è lanciata in due digressioni “letterarie” a dir poco capovolte.

La prima è stata sul celeberrimo Se questo è un uomo di Primo Levi. La poesia è stata citata per inferire che DJ Fabo non fosse un uomo: il che basta da sé a mostrare quanto fosse vaga e aleatoria la reminiscenza liceale da cui la citazione è stata malamente tolta.

Mieczysław Kościelniak, Powrót z pracy, KL Auschwitz 1942

La seconda, che qui c’interessa di più, è quella su san Thomas More, dove i livelli di mistificazione sono stati tanto eclatanti che se quelle stesse cose le avesse dette una studentessa di filosofia all’esame di Moderna si sarebbe guadagnata all’istante una bocciatura con “sghignazzo accademico”:

[…] per le sue idee, simili a quelle di Fabiani e di Cappato, venne giustiziato, 500 anni fa, per poi essere beatificato nel 1935. Speriamo che non si voglia far lo stesso per Cappato.

Dunque, nell’ordine abbiamo:

  1. Thomas More fu un radicale;
  2. Fu giustiziato per la sua elaborazione teorica notoriamente radicale;
  3. La sua beatificazione (quattro secoli dopo, ma comunque quasi un secolo fa…) implica che anche le forze che resistono oggi alle idee radicali sono destinate a tornare sui loro passi, presto o tardi.

Molto opportunamente Lucia Scozzoli ha sottolineato, su La Croce quotidiano, che quella citazione è stata apposta in chiusa di requisitoria

per chiamare in causa la Chiesa in un modo qualunque e sostenere implicitamente che essa, se già non è d’accordo con l’eutanasia, potrebbe comunque diventarlo.

Il testo incriminato

Ma veniamo dunque a Thomas More, che come tutti sanno morì decapitato per ordine di Enrico VIII, già defensor Ecclesiæ, perché a somiglianza di Giovanni Battista non aveva chinato il capo davanti alle follie del re, il quale esigeva un impossibile scioglimento del suo matrimonio valido e che, protestando contro Clemente VII, diede origine alla confessione anglicana. Nel suo Utopia, in effetti, Thomas More scriveva:

I malati, come dicemmo, li curano con grande affetto e non lasciano proprio nulla che li renda alla buona salute, regolando le medicine e il vitto; anzi alleviano gl’incurabili con l’assisterli, con la conversazione e porgendo loro infine ogni sollievo possibile. Se poi il male non solo è inguaribile, ma dà al paziente di continuo sofferenze atroci, allora sacerdoti e magistrati, visto che è inetto a qualsiasi compito, molesto agli altri e gravoso a se stesso, sopravvive insomma alla propria morte, lo esortano a non porsi in capo di prolungare ancora quella peste funesta, e giacché la sua vita non è che tormento, a non esitare a morire; anzi fiduciosamente si liberi lui stesso da quella vita amara come da prigione o supplizio, ovvero consenta di sua volontà a farsene strappare dagli altri: sarebbe questo un atto di saggezza, se con la morte troncherà non gli agi ma un martirio, sarebbe un atto religioso e santo, poiché in tal faccenda si piegherà ai consigli dei sacerdoti, cioè degli interpreti della volontà di Dio. Chi si lascia convincere, mette fine alla vita da sé col digiuno, ovvero si fa addormentare e se ne libera senza accorgersi; ma nessuno vien levato di mezzo contro sua voglia, né allentano l’affetto nel curarlo. Morire a questo modo, quando lo hanno convinto della cosa, è onorevole; altrimenti chi si dà morte per motivi non giusti agli occhi dei sacerdoti e del senato, non lo ritengono degno di esser seppellito o cremato, ma viene ignominiosamente gettato senza tomba in qualche pantano.

Thomas More, Utopia, 97–98




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A parte il fatto che chiunque dovrebbe cogliere dalle formule enfatiche l’ironia soggiacente al passo, è la comprensione dell’intero impianto dell’opera a fungere da disambiguazione: “Utopia” è, letteralmente, l’isola che non c’è, il non-luogo, il suo Principe si chiama Ademo (= “senza popolo”), il suo fiume si chiama Anidro (= “senza acqua”), la sua città si chiama Amauroto (= “evanescente”).

Public Domain

In realtà, l’accezione positiva del termine “utopia” è tutta novecentesca: prima indicava semplicemente l’assurdo a cui si condannano le “buone intenzioni” quando non sono guidate dalla retta ragione.

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eutanasiagiustiziaradicalisan tommaso moro
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