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Perché i Papi viaggiano?

POPE PLANE

FILIPPO MONTEFORTE I AFP

Pope Francis's looks out from the window of a plane at Rome's Fiumicino Airport on January 15, 2018 for his trip to Chile. Pope Francis set off on a trip to Chile and Peru, a seven-day Latin-American visit which will see the pontiff rally a flagging local church on his home continent. / AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE

Isabelle Cousturie - pubblicato il 18/01/18

Dopo i primi viaggi, durante i pontificati di Pio IX e Giovanni XXIII, che avevano fatto sensazione, Paolo VI fu il primo Papa a prendere il volo per andare in Terra Santa, nel 1964.

All’inizio del suo pontificato, nel 2013, i suoi collaboratori più stretti avevano dichiarato che Francesco non sarebbe stato un Papa viaggiatore. Quasi cinque anni dopo, siamo al suo 22esimo viaggio all’estero – in Cile e Perù – e Francesco ha già baciato il suolo di 30 Paesi. Che cosa è successo? Di fatto, il Santo Padre vede ormai questi viaggi internazionali come una reale necessità per seminare la speranza della pace e dell’unità nel mondo, come i suoi predecessori, a partire dal primo viaggio di Paolo VI in Terra Santa, nel 1964.


POPE FRANCIS,COLOMBIA,ART

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Paolo VI, il pioniere dell’aria

Papa Francesco l’ha detto egli stesso, spiegando il senso del suo primo viaggio in Terra Santa, 50 anni dopo quello di Paolo VI e il suo storico abbraccio col patriarca Atenagora:

Cinquant’anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di andarci, ed è così che sono cominciati i viaggi papali. Anche io desidero andarci, per incontrare mio fratello Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e commemorare con lui questo cinquantesimo anniversario.

E così furono rilanciati il dialogo e il cammino di riconciliazione tra i due polmoni – orientale e occidentale – del cristianesimo.




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I viaggi intrapresi da Paolo VI dopo questo sono stati brevi – non dimentichiamo che gli aerei erano molto meno performanti di oggi, quanto a velocità – ma molto concreti, dal 1964 al 1977, contribuendo a dare al successore di Pietro l’immagine di un “Papa pellegrino”. In India, alle Nazioni Unite, a New York, a Fatima in Portogallo, in Turchia, in Colombia, in Uganda e ancora più lontano, in Oceania e in Australia… Tutti hanno posto le condizioni di «fruttuosi incontri fra Roma e il mondo». La Chiesa mostrava di essere in ascolto dei problemi del mondo. Finalmente poteva muoversi e superare distanze immense per consegnare i suoi messaggi. Siamo lontani dai primi spostamenti all’estero dei Papi Clemente VII, a Marsiglia nel 1533, e Pio VI, nel 1804 a Fontainebleau, per la consacrazione di Napoleone e il ristabilimento della pace religiosa in Francia.

Il Vaticano II, un tornante

E poi bisognava mettere in opera i risultati del Concilio Vaticano II – il XXI concilio ecumenico della Chiesa Cattolica – che stava per chiudere i lavori dopo tre anni di discussioni. Un grande tornante nella storia della Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II, nel corso del suo centinaio di viaggi in 27 anni di pontificato – 129 Paesi visitati per un totale di tre volte il giro della terra – e Benedetto XVI, con i suoi 24 viaggi in sette anni di pontificato, hanno camminato sui suoi passi, confermando nella loro fede tante Chiese particolari, e rinforzando la coscienza di una Chiesa universale al servizio di tutti, in particolare delle periferie del mondo.

Ogni programma cerca di non lasciare da parte alcuna categoria – famiglie, poveri, malati, credenti di ogni religione e non credenti – e di incoraggiarle con gesti altamente simbolici che spesso fanno riferimento ai primi gesti di Cristo. I problemi della società, della giustizia, della corruzione, l’etica capovolta, il melting pot culturale sono evocati sempre più apertamente. Le benedizioni sulle masse si moltiplicano perché, come sottolineava il cardinal Ratzinger, in fin dei conti avere «una fede convinta non vuol dire chiudersi, ma aprirsi», alla fine ciò che la gente conserva in memoria è semplicemente «l’immagine di un uomo che tende la mano».

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viaggio papalevisita apostolica
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