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Partorire: un’esperienza da vivere in un ambiente sereno

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Le 4 condizioni per ritornare a un parto naturale che rispetti il tempo e la danza tra corpo della mamma e corpo del bambino

Professoressa Alessandra Graziottin direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia medica San Raffaele Resnati (http://www.alessandragraziottin.it)

Mia sorella, 35 anni, l’anno scorso ha avuto un parto drammatico. Le hanno rotto le acque che era appena iniziato il travaglio, le hanno messo la flebo per “fare presto” con dolori tremendi. Nessuna anestesia e nemmeno gentilezza. «Si fa così». Io ero lì con lei. C’erano altre donne in travaglio e mi sembrava una catena di montaggio indifferente, non un ospedale. Poi il battito è diventato irregolare e così hanno fatto un taglio cesareo d’urgenza. Il bambino era blu! Speriamo che non abbia conseguenze. Ma è possibile partorire in questo modo? Ora anch’io aspetto un bambino: come posso avere un parto naturale e non traumatico?
RAFFAELLA G. (PALERMO)

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Purtroppo l’esperienza di sua sorella non è isolata, gentile signora. Una recente ricerca su 5.000.000 di donne italiane che hanno partorito tra il 2003 e il 2017 mostra dati inquietanti. Giustamente lei chiede: come posso avere un “parto naturale” e non traumatico? La qualità dell’assistenza ostetrica va migliorata in molti ospedali. Tuttavia il ritorno tout-court al “naturale” rischia di coprire in modo semplicistico una realtà complessa. Il parto “naturale” è gravato di mortalità materne e fetali in modo molto più drammatico del parto assistito. Il punto quindi non è tornare al Medioevo ma fornire un’assistenza ostetrica avanzata di alta qualità dal punto di vista sia medico sia umano.

Un aspetto essenziale del parto naturale è il rispetto del tempo necessario perché il corpo della mamma si adatti a far passare in una vagina di due-tre centimetri di larghezza un bambino di tre-quattro chili di peso, la cui testa a termine ha un diametro tra i nove e i dieci centimetri. L’adattamento è doloroso per entrambi, ma è qui che la medicina in Italia (e non solo) ha preso un strada discutibile. Per ridurre il dolore, e “fare presto”, si accelerano sia il travaglio con la somministrazione endovena di ossitocina, l’ormone che fa contrarre l’utero, e con la rottura strumentale del sacco amniotico (amniorexi), sia il parto con il taglio dei tessuti genitali (episiotomia, che va poi suturata, episiorrafia) per facilitare l’uscita del piccolo. Questa accelerazione innaturale forza la spinta del corpo del piccolo dentro il canale da parto, spesso senza che ci sia stato tempo per l’adattamento elastico necessario delle delicate strutture di mamma e bambino. Conseguenze? Aumentato rischio sia di sofferenza fetale, con taglio cesareo d’urgenza, quando va bene, sia di lacerazioni materne anche gravi, con rischio di dolore persistente, di incontinenza urinaria, e più raramente fecale, di prolasso.

BenEssere

Come ritornare a un naturale che rispetti il tempo e la danza tra corpo della mamma e corpo del bimbo, in condizioni di massima sicurezza e quindi comunque in un ambiente ospedaliero adeguato, accogliente e rispettoso? La prima condizione è insegnare a tutte le donne a prepararsi alla gravidanza, già prima del concepimento, con opportuni stili di vita, attività fisica regolare quotidiana, recupero del peso forma (se sovrappeso), bando a fumo, alcol e droghe, esami preconcezionali, oligoelementi, Omega3 e vitamine – in primis la preziosissima vitamina B9, ossia l’acido folico – essenziali per ridurre molte malformazioni.

La seconda è un accurato monitoraggio della gravidanza, con i giusti integratori, ferro, iodio e vitamine innanzitutto, per garantirne il decorso migliore per mamma e piccino.

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