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Cosa pensano i dannati all’inferno?

Giovanni da Modena | Wikipedia
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Ci si trova talvolta a domandarsi quali siano le pene per cui si soffra maggiormente, nell’eterna dannazione: la domanda coinvolge quello che Paolo VI definì «un infelicissimo mistero, di cui sappiamo ben poco». Eppure qualcosa si può pure dire. Con moderazione e cautela, naturalmente.

Anime dannate e purganti nella Commedia

Visto che ho citato Dante, vorrei ora richiamare brevemente qualche figura del Poema dantesco che possa illustrare la distinzione or ora espressa. Prima però mi preme una duplice disambiguazione: visto che i lettori sono forse abituati a trovare tra i miei riferimenti preferiti più i Padri della Chiesa che i testi del secondo millennio, tengo a ricordare che la dottrina del purgatorio andava precisandosi e definendosi proprio negli anni della vita e dell’opera di Dante (e in quelli appena anteriori); ciò non significa, come talvolta ci tocca leggere, che il purgatorio fu “inventato da Bonifacio VIII per rimpinguare le casse del Vaticano”. Intanto mai nessuno di codesti fantasticatori ha mai spiegato come mai Dante celebrerebbe l’“invenzione” di un tanto acre nemico… ma soprattutto Bonifacio VIII non era Papa all’epoca del Concilio lionese II, dove appunto si muovevano i primi passi della definizione magisteriale del purgatorio.

In realtà, la dottrina cattolica sul purgatorio è tanto raffinata (e per contro viene volgarizzata tanto dozzinalmente) che oltre sette secoli dopo la sua definizione ci capita ancora di soffrire versi come:

Dicono che il Cielo ti fa stare in riga,
che all’Inferno si può far casino
mentre il Purgatorio te lo devi proprio infliggere.

Luciano Ligabue, Happy Hour

Per ora ci dobbiamo infliggere i versi infelici di cantautori che straparlano di cose più grandi di loro: da questi però facciamo bene a raccogliere la temperatura dell’opinio communis. Vuoi la stampa, vuoi il cinema, vuoi le canzoni, vuoi la critica gramsciana, è per qualche motivo passata l’idea che l’inferno sia un gigantesco rave party pieno di gente interessante, laddove il paradiso sarebbe tuttalpiù un interminabile girotondo di parrucconi barbosi attorno a un lampadario accecante. Le cose stanno precisamente al contrario, e una delle distinzioni più forti tra inferno e purgatorio sta nel fatto che i dannati non possono neppure gioire della compagnia gli uni degli altri, mentre i purganti sì, anzi gioiscono intensamente di tutta la comunione ecclesiale (con la “Chiesa militante” e con quella “gloriosa”).

Ma vediamo qualche testo che ci illustri queste differenze. Francesca da Rimini è senza dubbio una delle figure più celebri della Commedia: vuoi per l’erotismo, vuoi per il sentimento tragico, vuoi per la grande lezione che Dante stesso trae da quell’incontro (non ogni “desiderio” orienta al Cielo)… Gabriele d’Annunzio dedicò a lei una sua tragedia, mica a Casella o a Pia de’ Tolomei. Insomma dice Francesca da Rimini, condannata ad essere sballottata per l’eternità da una bufera infernale come in vita si fece trascinare dalle basse voglie contro le ragioni dell’intelletto:

O animal grazïoso e benigno,
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re dell’universo
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.

[…]

If V, 88-93

Spesso anche Roberto Benigni ha commentato questi se versi dicendo: «Accidenti, se questa è una dannata io dove vado a finire?». E così sembrerebbe, a una prima lettura: eppure a ben leggere si nota nelle parole di Francesca un (neanche troppo velato) rimprovero a Dio, accusato nientemeno che di essere loro nemico. Don Paolo Pecoraro, eccelso dantista, chiosava divertito che si può scorgere una nota di manipolazione tipicamente femminea, nell’elegante perifrasi della dannata. Ma Dio non è nemico dei dannati: l’inferno stesso nasce per una secessione unilaterale di Satana e dei suoi angeli, i quali trascinano «un terzo delle stelle del cielo» (Apoc 12) in una guerra folle contro un avversario invincibile. I nemici sono loro, e già il buio del primo cerchio – i lussuriosi sono posti da Dante appena a ridosso della soglia dell’Inferno vero e proprio – è sufficiente a mistificare questa semplice realtà: Dio non è nemico di alcuno, e ci si danna precisamente per avergli fatto la guerra.

In nessuna figura questo è più evidente che in Vanni Fucci: il vile e feroce ladro, passato alla storia con l’affettuoso epiteto di “la bestia”, è difatti l’unico tra i dannati che osa nominare Dio senza perifrasi (ovviamente lo fa per scagliare un’orribile bestemmia gestuale, poiché a Dio “mostra le fiche” – qualcosa di analogo al nostro “dito medio”):

Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!»

[…]

El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».

If XXV, 1-3.16-18

Lo sdegno dei dannati più eccellenti di fronte alla punizione infernale risplende sinistramente in Cavalcante de’ Cavalcanti, che Dante vede ergersi da uno dei sepolcri di Dite «come avesse l’Inferno a gran dispitto» (If X, 36) ma pure nell’astuto e fedifrago Ulisse troviamo una sinuosa e blanda allusione a un preteso “accanimento divino” contro i dannati:

[…] de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque.

If XXVI, 139-141

A Dio, che «tutto ha creato per l’esistenza» (Sap 1, 14) “non piace” mandare la gente all’inferno. Eppure nel suo accettare che le creature possano separarsi da lui fino al punto di preferire «regnare all’inferno piuttosto che servire in paradiso» (così il diavolo del Lost paradise di Milton: la realtà è che all’inferno sono tutti servi mentre in paradiso tutti regnano) si magnifica quella prerogativa divina che è la giustizia e che neppure alla misericordia è seconda.

Se da Minosse a Lucifero, passando per tutti i dannati, la psicologia infernale è dunque contrassegnata da un ostinato fissismo – anche Francesca, quantunque venga sballottata, non va da alcuna parte e mai progredisce dal vizio che l’ha dannata; e lo stesso si può dire dei “dannati corridori” come Brunetto Latini –, la psicologia purgatoriale è caratterizzata proprio dal “volgersi”, cioè dal rompere il circolo del vizio per lasciare che in esso s’immetta la Grazia salvifica che è l’onnipotente volontà di Dio. Lo richiamiamo appena con due celeberrimi esempi, lasciando a ogni lettore l’invito a tornare sulle pagine altissime del Purgatorio: Manfredi al III canto e Bonconte da Montefeltro al V esemplificano magnificamente quella dinamica virtuosa del “volgersi” che spezza la schiavitù della colpa e avvia l’uomo – anche in extremis – a godere della visione beatifica.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volentier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia
che prende ciò che si rivolge a lei.

Pg III, 112-123

E similmente, più avanti, Bonconte (che lamenta l’incuria dei propri discendenti per la sua salvezza…):

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: «O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!».

[…]

Pg V, 97-108

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