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Cosa pensare quando vengono a parlarci di “teologia LGBT”

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Giaele e Sisara *oil on canvas *86x125 cm

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 11/01/18

L’autore che parla di Abramo intende parlare della Trinità? Possiamo serenamente escluderlo senza tema di essere ingiusti con lui. Sant’Ireneo e gli altri, però, non sono stati violenti col testo perché la loro tradizione religiosa – quella cristiana – nasceva appunto da quel testo. Visto che si parla di un testamento (quello antico), lo diciamo con un’analogia mortuaria (del resto, cf. Eb 9, 16-17): quando un uomo muore i suoi figli possono disporre delle sue cose e del suo stesso corpo. Cercheranno di esprimerne le “ultime volontà”, di sicuro, ma nondimeno saranno necessariamente loro a farsene giudici ed ermeneuti. Così i cristiani hanno potuto comporre il corpo di quell’antico racconto, ovvero il suo testo, interpretandone il contenuto, cioè le “ultime volontà”, alla luce della loro propria identità.

Siete mai andati a una visita mortuaria durante la quale avete avuto da ridire sul vestito scelto per comporre la salma, o sui fiori, sui ceri, su altri dettagli della camera ardente? È una cosa che può capitare, ma che vi siete detti, da persone equilibrate quali certamente siete? È ovvio: «Io non avrei fatto così, ma sono i figli che hanno dovuto scegliere…». Più che giusto. E se non ci sono moglie, figli, genitori, fratelli, cugini…? Si allarga il cerchio delle conoscenze per capire chi sia la persona che più di altre ha diritto a compiere quella scelta tanto importante quanto – necessariamente – discutibile. Giungendo al limite fino agli amici o – se mancano – a qualche buon samaritano di passaggio.

Usciamo di metafora e chiediamoci: i marxisti, le femministe, gli ambientalisti, i supremazisti, i freudiani, i pornomani, i cannibali e tutti gli altri… che grado di parentela hanno con la Bibbia?

Esatto: nessuno. Quale stupore, dunque, che risultino interpreti necessariamente – non dico “infedeli”, ché dialetticamente si presupporrebbe una qualche possibilità di fedeltà! – inautentici e aberranti?

Ma questo è (generalmente) chiaro: un’altra cosa di cui dimentichiamo l’importanza, di solito, è che “teologia” (in senso cristiano) non significa tanto “discorso su Dio”, quanto “discorso di Dio”, ovvero che per quanto il suo campo possa spaziare moltissimo, tale disciplina è molteplice quanto all’oggetto e unica quanto al soggetto – il soggetto della teologia, infatti, è anzitutto Dio che si rivela. «Al Dio che si rivela – insegna maestosa la Dei Verbum (5) – è dovuta l’obbedienza della fede». Di qui comincia quell’umano balbettio che solo analogicamente si dice “teologia”, e che risale le vie dell’unica, semplice e sublime teologia divina come un escursionista sale per i sentieri della montagna. Quanto più il teologo sarà bravo ed esperto, tanto meno oserà dire “teologia” il proprio lavoro: non ho mai incontrato un bravo alpinista che confondesse le proprie escursioni con la montagna in sé stessa. «Le montagne – m’insegnava padre Filippo Clerici, maestro di scalate e di teologia – sono maestre severe che fanno discepoli silenziosi».

E converso, i chiacchieroni non sono in fondo veri ed assidui frequentatori di quelle gravi lezioni. Così dopo gli alcuni anni che ormai dedico alla lettura di teologi eccelsi e buoni mi riesce ancora ostico, nonostante tutto, prendere seriamente le cosiddette “teologie al genitivo”. Con questa espressione s’intende nell’ambiente quella letteratura, molto sviluppata nel XX secolo (come bizzarra replica in sedicesimo della manualistica a cui perlopiù si opponeva), per cui si scrivono libri come “teologia degli angeli” e “teologia dei demonî”, “teologia della tenerezza” e “teologia della misericordia”, con titoli che scadono a pochi passi dal ridicolo (ci mancano la teologia dei tortellini e quella dei pannolini…). Non va buttato tutto, ci mancherebbe: anche alcuni grandissimi hanno scritto delle “teologie al genitivo” – penso a quella parte del magistero di Giovanni Paolo II chiamata “teologia del corpo” e al bel volume di Karl Rahner intitolato Teologia del Cuore di Cristo – e queste hanno senza dubbio il vantaggio di mettere a portata di mano per tutti, effettivamente, qualche morso di sacra doctrina. L’immancabile scompenso, purtroppo, è che tale popolarizzazione non avviene se non a discapito dell’unitarietà complessiva, della visione d’insieme.

Sarà che, personalmente, mi nutro in prima istanza delle pagine dei Padri, che spesso faticavano a distinguere anche solo tra “esegesi” e “dogmatica”, ma penso che una serena valutazione storico-critica delle discipline teologiche debba riconoscere nelle “teologie al genitivo” – minimali fino all’insignificanza – un ultimo e attuale stadio della lunga decadenza della scolastica. E non mi si citi Tommaso, che amo di tutto cuore: Tommaso non avrebbe mai parlato di “teologia sacramentaria” o di “teologia morale” (mentre moltissimi zelanti lo avrebbero fatto per lui) – le sue Summæ, il suo Commentarius, le sue Quæstiones, che pure esplicitano chiaramente l’argomento, non fanno disciplina a sé, né diventano nomi di trattati… quelli sarebbero sorti qualche secolo dopo la sua morte a mo’ di semplificazione didattica, cioè per travasare organicamente negli studenti di teologia le immani ricchezze della sua multiforme erudizione. Così l’epoca detta “della seconda scolastica” si caratterizzò per la fioritura del genere manualistico – inusitato fino ad allora – e nella più recente “neoscolastica” si assiste a una sciagurata cristallizzazione del sapere teologico in formule che non di rado hanno perso il contatto con la Parola di Dio – la prima vera e unica theologia – e che spesso, di conseguenza, non sanno neppure più incontrare le domande dell’uomo.

Ecco, una parte delle reazioni a questa crisi della teologia ha promosso – fra le altre cose – la fioritura delle “teologie al genitivo”. Perché faccio questo discorso, che nobilita fin troppo gli intenti della dottoressa Kessler, terribilmente meno interessante delle omonime gemelle? Perché scempiaggini come la sua Queer Theology, che anni fa sarebbe parsa una provocazione blasfema e ormai neppure ci turba più di tanto, sono parenti strettissime (e bastarde) delle “teologie al genitivo”. Chiaramente tra la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II e la “teologia LGBT” (non riesco neanche a scriverlo senza ridere, tanto è assurda la cosa!) c’è un abisso incolmabile, come quello che sussiste tra un santo e un macaco… eppure il genoma non mente: sono punti di ricaduta non molto lontani di una medesima “evoluzione”.

Penso che queste considerazioni, se si vuole un po’ divaganti, ci riportino al punto di partenza con un’importante lezione: se si vuole fare della vera teologia – o meglio, se si vuole assaporare qualcosa dell’unica grande teologia, che è la rivelazione di Dio stesso nella natura, nell’intelletto umano e nella storia degli uomini – si deve anzitutto lavorare a concepirne l’intima unità. Allora non ci turberanno gli articoli online su persone infelici che tentano di piastrellare i fondali sconnessi della propria anima con frammenti di Sacre Scritture malamente incollati a mo’ di mattonelle; ma soprattutto, vivremo per qualche attimo la gioia e l’estasi che i grandi teologi di ogni tempo hanno provato. Come quando Padre Filippo e Padre Silvano ci portavano in montagna nella notte, a scalare in silenzio, e ci insegnavano a “svegliare l’aurora” (cf. Sal 57, 9; 108, 3) con i salmi delle Lodi dalla cresta delle montagne.

Infatti, chi è Dio, se non il Signore?

O chi è rupe, se non il nostro Dio?

Il Dio che mi ha cinto di vigore

e ha reso integro il mio cammino;

mi ha dato agilità come di cerve,

sulle alture mi ha fatto stare saldo;

ha addestrato le mie mani alla battaglia,

le mie braccia a tender l’arco di bronzo.

Sal 18, 32-35

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esegesi biblicalgbtteologiateologia biblica
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