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Cosa pensare quando vengono a parlarci di “teologia LGBT”

Giaele e Sisara *oil on canvas *86x125 cm
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Pare che in un antico college americano, fondato da certi pii quaccheri mentre in Italia c'era il Risorgimento, una donna dall'identità sessuale e religiosa confusa imbastisca una “Queer Theology”. Evidentemente, non è il caso di infierire sulla dottoressa. Sono diverse però le condizioni di possibilità di tale decadenza della scienza teologica – conoscerne alcune può risultare utile.

Ci è toccato leggere pure della “teologia queer”!

E a dire il vero stavolta l’aggettivo calzava a pennello, considerando come la parola inglese queer significhi appunto “distorto”, “alterato”: una volta tanto l’hanno detta giusta – sono degli storpiatori della parola di Dio (pensare che questa testuale frase la disse un sacerdote di mia conoscenza, purtroppo defunto, ai soliti improvvisati e inadeguati lettori della messa delle 18! Quanto più se la meritano quelli che deliberatamente producono “teologie” eversive…).

Ma procediamo con ordine: apprendiamo che nello Swarthmore College la dottoressa Gwynn Kessler terrebbe un corso di “queer Theology” (poveri quaccheri!), e proprio dalle parole dell’accademica impariamo che tale disciplina permetterebbe di

destabilizzare gli assunti di lunga data riguardo a ciò che la Bibbia e la religione affermano su gender e sessualità.

Ora, è stato già notato come tale approccio ideologico infligga una palese violenza – per la precisione una “torsione” – al testo biblico. Seguendo tale suggestione ci si potrebbe sbizzarrire, ad libitum, nel constatare come le Scritture giudeo-cristiane possano fungere da base a qualsivoglia ideologia.

Vogliamo – che so – imbastire una “teologia supremazista”? Già fatta (ne abbiamo visto anche una drammatica rappresentazione cinematografica in Django, di Tarantino):

Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere.

Gen 9, 2

Vogliamo provare una “teologia femminista”? Già fatta:

In quel tempo era giudice d’Israele una profetessa, Debora, moglie di Lappidot. Essa sedeva sotto la palma di Debora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Efraim, e gli Israeliti venivano a lei per le vertenze giudiziarie. Essa mandò a chiamare Barak, figlio di Abinoam, da Kades di Nèftali, e gli disse: «Il Signore, Dio d’Israele, ti dà quest’ordine: Va’, marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. Io attirerò verso di te al torrente Kison Sisara, capo dell’esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua numerosa gente, e lo metterò nelle tue mani». Barak le rispose: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò». Rispose: «Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini; ma il Signore metterà Sisara nelle mani di una donna». Debora si alzò e andò con Barak a Kades. Barak convocò Zàbulon e Nèftali a Kades; diecimila uomini si misero al suo seguito e Debora andò con lui.

Ora Eber, il Kenita, si era separato dai Keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le tende alla Quercia di Saannaim che è presso Kades.

Fu riferito a Sisara che Barak, figlio di Abinoam, era salito sul monte Tabor. Allora Sisara radunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui da Aroset-Goim fino al torrente Kison. Debora disse a Barak: «Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sisara nelle tue mani. Il Signore non esce forse in campo davanti a te?». Allora Barak scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini. Il Signore sconfisse, davanti a Barak, Sisara con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito; Sisara scese dal carro e fuggì a piedi. Barak inseguì i carri e l’esercito fino ad Aroset-Goim; tutto l’esercito di Sisara cadde a fil di spada e non ne scampò neppure uno. Intanto Sisara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Eber il Kenita, perché vi era pace fra Iabin, re di Cazor, e la casa di Eber il Kenita. Giaele uscì incontro a Sisara e gli disse: «Fermati, mio signore, fermati da me: non temere». Egli entrò da lei nella sua tenda ed essa lo nascose con una coperta. Egli le disse: «Dammi un po’ d’acqua da bere perché ho sete». Essa aprì l’otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì. Egli le disse: «Sta’ all’ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: C’è qui un uomo?, dirai: Nessuno». Ma Giaele, moglie di Eber, prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì. Ed ecco Barak inseguiva Sisara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: «Vieni e ti mostrerò l’uomo che cerchi». Egli entrò da lei ed ecco Sisara era steso morto con il picchetto nella tempia.

Così Dio umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti.

Gdc 4, 4-23

E questa possiamo condirla anche con una rintuzzata a quello sciovinista di Manzoni, che per lodare la forza di quella donna ebbe a definirla “la maschia Giaele” (Marzo 1821). Ovvio che facesse morire la moglie estenuandola di parti, il volgare machista! Il quale del resto era in buona compagnia, se si pensa che Sant’Agostino ebbe a parlare di sua madre come di una “donna dal cuore virile”.

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