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L’eremita che adotta le chiese abbandonate

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Credere - pubblicato il 11/01/18

Viviana custodisce la pieve, accoglie i pellegrini, forma “potenziali eremiti”, è a disposizione di chi ha bisogno di una parola, di un rifugio per una notte o per una vita intera, ma la sua anima è solitaria e necessitava di un suo spazio più intimo. Ecco allora anche per lei una casupola essenziale sulle colline bolognesi, una stanza adibita a cappella dedicata alla Madonna di San Luca, un gatto e un pappagallo, chiamato Amore.

AMA LA PREGHIERA
Viviana è l’eremita che non ti aspetti. Gonna e camicia nera, nero anche il foulard, che incornicia un viso dove rughe leggere raccontano di chi ha donato al Padre la sua sofferenza, una croce al collo e una al dito, ai piedi gli zoccoli con il tacco, che tengono ben ancorata alla terra lei che ama la vita contemplativa e la preghiera; nulla è lasciato al caso.

Un residuo di vanità di cui – siamo certi – Gesù non se ne avrà a male, visto che è lui che l’ha soccorsa. «Dopo aver messo per tre anni tutta me stessa in una relazione, e avendo scoperto che invece lui provava solo affetto amicale, soffrivo terribilmente, quasi desideravo morire. In quel momento di grande dolore e confusione mi venne incontro questo passo: “Chi non odia anche la propria vita, non può essere mio discepolo”. Io odiavo la mia vita e mi sono detta che anche seguire Gesù, morendo alle proprie aspettative, ai propri progetti, alla propria volontà, era una risposta altrettanto forte al desiderio di morte che mi possedeva. Pensai che così la mia vita avrebbe potuto ancora avere un senso. Questo mi consolò molto, perché avevo trovato il “coraggio di suicidarmi in Cristo”», dice riprendendo il provocatorio titolo di un suo libro.

Intuita la meta, bisognava capire come raggiungerla. Viviana è nata al Cairo da papà italiano e mamma egiziana. Chissà se avere radici in una terra che ha visto sorgere il monachesimo ha favorito la scelta eremitica. «La prima volta che ho sospettato dell’esistenza di Dio avevo dieci anni. Pensavo: io parlo, mi muovo, cammino, ma chi sono veramente? Sentivo che non potevo identificarmi solo con il mio corpo, e questo mistero mi emozionava, ma ci vollero ancora molti anni per cominciare a capire». Capire che in quel Vangelo ricevuto in dono a circa trent’anni, c’erano tutte le risposte. «Era il 1993 quando mi consacrai in forma privata, con un’adesione intima del cuore. Io, in chiesa da sola, all’altro capo del telefono il mio assistente spirituale mi dava la benedizione dal suo letto d’ospedale».

SILENZIO E CONDIVISIONE
Lo Spirito Santo soffia comunque. Mentre Viviana è immersa nella natura di una casa di campagna, si fa strada “l’idea di Dio”: «Come sarebbe bello se tutte le chiese fossero aperte e abitate da persone che amano il Signore!».

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Tags:
eremitismosan francesco d'assisi
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