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Il cardinale polacco che definì il suo internamento a Dachau una “vacanza”

Grzegorz Galazka | SIPA | EAST NEWS
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Il cardinale Adam Kozłowiecki era “felice anche di fronte alle situazioni più difficili”

Ci sono poche possibilità che nella vita si incontri una persona simile al cardinale Adam Kozłowiecki. Modesto e sorridente, non si è mai preso troppo sul serio. Raccomandava ai sacerdoti un atteggiamento benevolo e gioioso come una delle chiavi di un’evangelizzazione di successo, e diceva che essere nato il 1° aprile, del 1911, aveva avuto un impatto sulla sua vita.

Quando era un giovane sacerdote gesuita venne rinchiuso nei campi di concentramento nazisti di Auschwitz e Dachau. Definì quel periodo una “vacanza di cinque anni per gentile concessione di Adolf Hitler”, ed è stato quello l’ambiente in cui si è forgiata la sua vocazione missionaria.

Spesso ammetteva che la sofferenza, la persecuzione e la fame che aveva sperimentato lo avevano rafforzato per le prove e le tribolazioni che comportava il fatto di vivere in Africa. Come ricordava un compagno di prigionia parlando della tragica esperienza che avevano condiviso, “era felice anche di fronte alle situazioni più difficili, e aveva una forza e una perseveranza che non erano di questo mondo; erano radicate nella sua fede e nella preghiera”.

Missionario in Africa

Come missionario, Kozłowiecki era ben consapevole che le sue azioni non erano davvero sue: “Scrivo spesso che ho fatto troppo poco rispetto a quello che c’è ancora da fare qui, ma devo ammettere che è Dio che ha fatto tanto attraverso di me”.

Per 61 anni ha lavorato nello Zambia, dove arrivò nel 1946, quando il Paese era ancora una colonia britannica nota come Rhodesia del Nord. Ben istruito in molti campi, si coinvolse attivamente nella lotta della popolazione indigena per l’indipendenza, i diritti umani e la giustizia sociale, sostenendo anche l’uguaglianza razziale.

Fin dall’inizio del suo ministero in Africa ha sempre cercato di incontrare le persone e parlare con loro. Anni dopo, tutti ricordano ancora gli stretti legami che è riuscito a forgiare. Padre Kozłowiecki concentrava le sue attività sull’educazione e lo sviluppo dell’assistenza sanitaria, compiendo ogni sforzo per assicurare le riserve di cibo di modo che la popolazione non soffrisse la fame. Ha insegnato a coltivare il suolo, e quando le mosche tse-tse hanno colpito tutti gli animali vicino alla missione ha preso in mano l’aratro per aiutare la gente a seminare. In questo modo pratico dimostrava al suo gregge come far fronte alle difficoltà senza perdere la speranza.

Percorreva a piedi centinaia di chilometri proclamando con entusiasmo Cristo. All’inizio del suo ministero ha lavorato a Kasisi, nella zona dello Zambia che oggi molti polacchi riconoscono facilmente grazie alla passione africana del giornalista Szymon Hołownia. All’epoca la missione gesuita assisteva oltre 300 villaggi. Lì padre Kozłowiecki ha costruito una chiesa, una casa per le suore e varie scuole.

Nel 1955 è stato nominato primo vescovo di Lusaka, poi arcivescovo metropolita. Ha portato nello Zambia molti missionari e ha contribuito a uno sviluppo significativo della vita religiosa nel Paese, istituendo anche il primo seminario locale.

Il suo ministero ha spianato la strada all’impegno missionario della Chiesa e ha lasciato un segno indelebile sulla formulazione dei documenti missionari del Concilio Vaticano II, alle cui sessioni il vescovo Kozłowiecki ha partecipato attivamente.

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