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Il cardinale polacco che definì il suo internamento a Dachau una “vacanza”

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Grzegorz Galazka | SIPA | EAST NEWS

Beata Zajączkowska - pubblicato il 10/01/18

Il cardinale Adam Kozłowiecki era “felice anche di fronte alle situazioni più difficili”

Ci sono poche possibilità che nella vita si incontri una persona simile al cardinale Adam Kozłowiecki. Modesto e sorridente, non si è mai preso troppo sul serio. Raccomandava ai sacerdoti un atteggiamento benevolo e gioioso come una delle chiavi di un’evangelizzazione di successo, e diceva che essere nato il 1° aprile, del 1911, aveva avuto un impatto sulla sua vita.

Quando era un giovane sacerdote gesuita venne rinchiuso nei campi di concentramento nazisti di Auschwitz e Dachau. Definì quel periodo una “vacanza di cinque anni per gentile concessione di Adolf Hitler”, ed è stato quello l’ambiente in cui si è forgiata la sua vocazione missionaria.


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Spesso ammetteva che la sofferenza, la persecuzione e la fame che aveva sperimentato lo avevano rafforzato per le prove e le tribolazioni che comportava il fatto di vivere in Africa. Come ricordava un compagno di prigionia parlando della tragica esperienza che avevano condiviso, “era felice anche di fronte alle situazioni più difficili, e aveva una forza e una perseveranza che non erano di questo mondo; erano radicate nella sua fede e nella preghiera”.

Missionario in Africa

Come missionario, Kozłowiecki era ben consapevole che le sue azioni non erano davvero sue: “Scrivo spesso che ho fatto troppo poco rispetto a quello che c’è ancora da fare qui, ma devo ammettere che è Dio che ha fatto tanto attraverso di me”.

Per 61 anni ha lavorato nello Zambia, dove arrivò nel 1946, quando il Paese era ancora una colonia britannica nota come Rhodesia del Nord. Ben istruito in molti campi, si coinvolse attivamente nella lotta della popolazione indigena per l’indipendenza, i diritti umani e la giustizia sociale, sostenendo anche l’uguaglianza razziale.

Fin dall’inizio del suo ministero in Africa ha sempre cercato di incontrare le persone e parlare con loro. Anni dopo, tutti ricordano ancora gli stretti legami che è riuscito a forgiare. Padre Kozłowiecki concentrava le sue attività sull’educazione e lo sviluppo dell’assistenza sanitaria, compiendo ogni sforzo per assicurare le riserve di cibo di modo che la popolazione non soffrisse la fame. Ha insegnato a coltivare il suolo, e quando le mosche tse-tse hanno colpito tutti gli animali vicino alla missione ha preso in mano l’aratro per aiutare la gente a seminare. In questo modo pratico dimostrava al suo gregge come far fronte alle difficoltà senza perdere la speranza.




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Percorreva a piedi centinaia di chilometri proclamando con entusiasmo Cristo. All’inizio del suo ministero ha lavorato a Kasisi, nella zona dello Zambia che oggi molti polacchi riconoscono facilmente grazie alla passione africana del giornalista Szymon Hołownia. All’epoca la missione gesuita assisteva oltre 300 villaggi. Lì padre Kozłowiecki ha costruito una chiesa, una casa per le suore e varie scuole.

Nel 1955 è stato nominato primo vescovo di Lusaka, poi arcivescovo metropolita. Ha portato nello Zambia molti missionari e ha contribuito a uno sviluppo significativo della vita religiosa nel Paese, istituendo anche il primo seminario locale.

Il suo ministero ha spianato la strada all’impegno missionario della Chiesa e ha lasciato un segno indelebile sulla formulazione dei documenti missionari del Concilio Vaticano II, alle cui sessioni il vescovo Kozłowiecki ha partecipato attivamente.

Cardinale nell’entroterra africano

All’epoca della decolonizzazione si è dimesso da arcivescovo di Lusaka di modo che la posizione potesse essere occupata dal primo vescovo di colore. Ha presentato le dimissioni cinque volte, e alla fine il Vaticano le ha accettate. Nel 1969 è tornato nella foresta e ha ripreso il suo ministero come missionario ordinario.

Diceva: “Non sono un canarino che se ne sta bello seduto in una splendida gabbia. Torno dalla mia gente”. È rimasto in Africa in sei luoghi difficili per quasi 40 anni, fino alla morte.

Perfino Giovanni Paolo II, che nel 1998 lo ha creato cardinale, non è riuscito a fargli abbandonare il ministero in Africa. Dopo il concistoro in Vaticano, il cardinale Kozłowiecki ha osservato: “Mi sento come un elefante in un negozio di cristalli. La mia missione è la foresta”. E così è tornato in Africa all’età di 87 anni.

Quando non è più stato in grado di guidare ha chiesto ad altri missionari di aiutarlo a raggiungere i villaggi più distanti, e fino all’ultimo ha fatto visita ai fedeli, ha parlato con loro e ha amministrato i sacramenti. Era un confessore instancabile.

Durante la sua ultima missione a Mpunde, dov’è morto, lo si poteva vedere spesso seduto in un vecchio confessionale. I locali lo chiamavano “nonno”. Qualche ora prima di morire ha detto al sacerdote che si prendeva cura di lui: “Sono pronto ora. C’è luce”. È stato sepolto nello Zambia, e la sua tomba è semplice come lo stata tutta la sua vita, con uno pneumatico usato come vaso per i fiori.

In una delle ultime interviste che ha rilasciato, il cardinale Kozłowiecki ha sottolineato cosa richiede il fatto di essere un missionario: “In primo luogo e al di sopra di tutto bisogna andare verso gli altri per portarli a Dio. Si devono insegnare loro la verità e la fedeltà, sottolineando la fede. Bisogna spiegare alle persone cosa significhi essere credenti; la fede non è una sorta di conoscenza, ma l’apertura a Dio e ai suoi progetti. Implica l’ammissione e l’accettazione dell’amore e il riconoscimento dell’autorità di Dio nella vita di chiunque”.

Quest’uomo straordinario è un esempio di fiducia eccezionale riposta in Dio e di immenso zelo miossionario. È grazie al cardinal Kozłowiecki e all’opera instancabile di persone come lui che in pochi decenni l’Africa è diventata un continente cristiano, che ora inizia a condividere la sua fede e i suoi missionari con il resto del mondo.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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