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Storie

Cristiani che hanno dato la vita per la loro fede in Cristo nel 2017

Photo Khaled Desouki. AFP

Jesús Colina - pubblicato il 04/01/18

4) Cina: “martiri” in vita

Monsignor Pietro Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou (Zhejiang), è ancora sottoposto al controllo della Polizia

Erano “martiri” in vita. Nel 2017 hanno perso la vita numerosi vescovi e sacerdoti della Chiesa cattolica in Cina, dopo aver subito tremende persecuzioni e numerosi anni di carcere o lavori forzati.

Monsignor Silvestro Li Jiantang, già vescovo di Taiyuan, è morto il 13 agosto a 93 anni. Per 14 anni (tra il 1966 e il 1980) era stato incarcerato in un campo di lavori forzati, secondo quanto ha reso notoAsianews.it. Dopo essere stato ordinato vescovo, aveva dedicato buona parte dei suoi sforzi a rilanciare il seminario della sua diocesi. Il Governo locale aveva reagito chiudendo la struttura nel 2013.

Monsignor Paolo Xie Tingzhe, vescovo di Urumqi, nello Xinjiang, è morto il 14 agosto a 86 anni. Alla fine degli anni Cinquanta, quando era ancora seminarista, venne incarcerato per essersi rifiutato di aderire all’Associazione Patriottica cattolica, controllata dal regime comunista.

È stato costretto ai lavori forzati per quasi vent’anni (tra il 1961 e il 1980). Dopo la sua liberazione è stato ordinato sacerdote, e nel 1991 vescovo in modo clandestino. Era molto attivo su Internet nell’annuncio del Vangelo. Animava anche gruppi di chat in cui insegnava canti in latino ai suoi amici.

Il 7 dicembre è morto a 90 anni monsignor Mattia Yu Chengxin, vescovo coadiutore emerito di Hanzhong (nello Shaanxi), ha reso noto Asianews.

Era entrato in seminario nel 1956, ma la struttura era stata chiusa due anni dopo. Durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976) era stato sottoposto agli arresti domiciliari e poi ai lavori forzati in un campo di concentramento. Era stato ordinato vescovo nella clandestinità nel 1989.

Il 9 giugno è morto a 89 anni monsignor Juan Liu Shigong, vescovo di Jining (Tsining), nella Mongolia Interiore, nella Cina continentale. Ordinato sacerdote nel 1956, era stato costretto ai lavori forzati durante la Rivoluzione Culturale.

Monsignor Casimiro Wang Milu di Tianshui (Qinzhou), nella provincia di Gansu, morto a 74 anni il 14 febbraio, aveva trascorso buona parte del suo ministero episcopale in carcere. Era stato ordinato vescovo clandestinamente nel 1981. Nel 1983 le autorità lo avevano chiuso in carcere per dieci anni.

La vita dei vescovi clandestini in Cina continua ad essere estremamente difficile, perché alcuni di loro sono privati della libertà.

È il caso, ad esempio, di monsignor Thaddeus Ma Daqin, vescovo ausiliare di Shanghai, agli arresti domiciliari dal 2012 perché in occasione della sua ordinazione episcopale ha annunciato che lasciava l’Associazione Patriottica controllata dal Governo.

Un altro caso è quello di monsignor Pietro Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou (Zhejiang), da circa otto mesi sotto il controllo della Polizia. L’11 settembre il vescovo era stato visto nell’ospedale Tongren di Pechino, dove doveva essere operato a un orecchio. In un messaggio inviato per Wechat ha chiesto ai fedeli di pregare per lui ma di non andare a trovarlo per motivi di sicurezza.

I casi dei sacerdoti che hanno perso la libertà in Cina sono ancora più numerosi. Autentici “martiri” in vita.

5) Filippine: operai danno la vita per non rinnegare la propria fede

YouTube / Stephen Curry
Il sacerdote Teresito Soganub in un video diffuso dallo Stato Islamico durante la sua detenzione

Sono morti assassinati per non recitare la shahada, la professione di fede islamica. È la testimonianza che hanno offerto con la propria vita otto cristiani nell’isola filippina di Mindanao.

Il loro martirio è stato confermato dalle indagini svolte dalle autorità locali dopo la barbarie, perpetrata dai terroristi del Gruppo Maute, noto anche come Stato Islamico di Lanao, collegato allo Stato Islamico.

I cristiani erano operai che andavano da Marawi alla città di Iligan quando sono stati fermati dai terroristi, che hanno legato loro le mani e li hanno posti di fronte a un’alternativa: professare la fede islamica e salvarsi la vita o morire.

Gli otto filippini non hanno esitato e hanno affidato la propria anima al Signore. Uno sparo sordo è stata l’unica cosa che hanno sentito prima di cadere a terra. I loro corpi sono stati abbandonati in strada, con un cartello su cui si leggeva “Munafik”, che significa traditore o bugiardo.

Lo stesso gruppo terroristico aveva sequestrato poco prima nella cattedrale di Maria Ausiliatrice di Marawi il sacerdote cattolico filippino Teresito “Chito” Soganub (noto come “padre Chito”), molto famoso a Mindanao per la sua opera di promozione del dialogo tra cristiani e musulmani, e 23 fedeli. I terroristi hanno poi dato alle fiamme la cattedrale. Il sequestro del sacerdote, durato 117 giorni, si è concluso grazie a un’operazione antiterrorismo dell’Esercito filippino.

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