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Ratzinger eretico? Non diciamo assurdità!

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Il discepolo ed erede di Romano Amerio, Enrico Maria Radaelli, ha dedicato il suo ultimo libro alla contestazione sistematica di “Introduzione al cristianesimo” di Joseph Ratzinger. Antonio Livi ha scritto una prefazione rilanciata online da Magister: di molto si può discutere ampiamente, mentre si fanno chiare parecchie cose – dall’adesione del teologo all’imbarazzante “correctio filialis” contro il Papa alla considerazione della generica avversione di certa “teologia” a tutta la viva tradizione della Chiesa (il magistero e la teologia del XX secolo sembrano piuttosto un pretesto)

Questo però non lo direi di mons. Antonio Livi, del cui erudito equilibrio ho sempre avuto un’alta stima: ciò non mi ha impedito di considerarlo, tempo fa, come la lussuosa foglia di fico che i 62 firmatari della c.d. “correctio filialis” erano riusciti a procacciarsi. Il libro di Redaelli non l’ho ancora letto, dunque non possiamo parlare qui dell’ultimo lavoro di questo figlio di Romano Amerio. Diremo invece alcune cose di ciò che scrive Livi. Quanto ad Amerio e in generale alla sua “scuola”, vale la pena di riportare un molto istruttivo passaggio di una rassegna bibliografica pubblicata su unavox.it. Vi si commentano le due introduzioni, pubblicate rispettivamente da Fede e Cultura e da Lindau, di mons. Luigi Negri e del card. Castrillon Hoyos:

Iota unum come strumento per «attuare il progetto del Papa di leggere una continuità sostanziale tra il magistero e la teologia prima del concilio, il concilio e il post-concilio» (come scrive Mons. Luigi Negri nella prefazione all’edizione dell’editrice “Fede e Cultura”), o Iota unum come strumento per «discernere e ammirare l’inalterabile identità della nostra Chiesa, il perdurare di ciò che la definisce. Conosciamo la sua identità e la sua unità nella sua diversità» (come scrive il Card Castrillon Hoyos nella prefazione all’edizione dell’editrice “Lindau”) ?

Per certi aspetti le due espressioni si assomigliano; entrambe pongono l’accento sulla possibilità che offrirebbe Iota unum di costruire un quadro complessivo in cui rientrerebbero coerentemente e organicamente gli insegnamenti di sempre e quelli nuovi sortiti dal Concilio, un quadro che descriverebbe così al meglio il multiforme volto della Chiesa.

La differenza sta nel fatto che Mons. Negri privilegia la lettura a posteriori del Concilio in chiave di sopraggiunta necessità della individuazione della continuità con la Tradizione, mentre il Card. Castrillon mette in primo piano la multiforme difformità detta a priori “ricchezza delle sue [della Chiesa] policrome manifestazioni”.

Non è nostra intenzione mancare di rispetto a nessuno, ma abbiamo l’impressione che i due prelati non abbiano mai letto Iota unum

È più probabile, in effetti, che lo abbiano letto e che abbiano cercato di salvare il salvabile, cioè di indirizzare il lettore verso uno sforzo ermeneutico che abbracci tutto il secolo XX (giusto nel 1918, cento anni fa, veniva pubblicato per la prima volta Lo spirito della liturgia di Romano Guardini!) e si sforzi di leggere ogni passaggio come snodo – sia pur non necessariamente positivo – di uno sviluppo organico. È più probabile, sì, ma nello specifico hanno ragione i redattori di unavox: quello di cui parlano Negri e Hoyos non è lo spirito di Iota unum, né quello di Romano Amerio e della sua scuola.

Ora, non si parla di Amerio ma di Radaelli, anzi neppure di costui bensì di Livi, però non è per presentare agli uni i conti degli altri che abbiamo citato quella istruttiva e franca rassegna di unavox, bensì per ricordare che la questione delle attuali diatribe ecclesiali non si estingue nel rapporto col presente pontificato, come alcuni divulgatori vorrebbero lasciar intendere – quella è propaganda, come suggerisce Introvigne, utile a mobilitare la “carne da cannone” (oggi surrogata perlopiù dai “leoni da tastiera”) –: la questione è proprio quella dell’unità ermeneutica della teologia cattolica nel corso del XX secolo, e stavolta viene svolta proprio a partire dagli scritti di un suo indiscusso protagonista. Appunto, Joseph Ratzinger.

Quell’Introduzione al Cristianesimo, che piacque tanto al Papa polacco da meritare all’arcivescovo di München la nomina al vertice della prima Congregazione della Curia Romana, porta in effetti in sé una prima lettura accademica dei documenti del Vaticano II (dove il giovane Ratzinger s’era distinto come consulente teologico del card. Joseph Frings), sostanziata al fuoco delle più antiche fonti patristiche e vagliata alla prova della critica moderna. Quel testo non ha avuto 22 edizioni (senza contare le traduzioni) perché era di Ratzinger: Ratzinger è stato riconosciuto il gigante che è proprio a partire da quel testo. Dunque varrà sicuramente la pena, per ogni appassionato di teologia, di cimentarsi con la serrata critica di Radaelli. Certo la tesi è ardua, a quanto sintetizza Livi:

è una teologia di stampa [sic!] immanentistico, nella quale tutti i termini tradizionali del dogma cattolico restano linguisticamente inalterati ma la loro comprensione è cambiata: messi da parte, perché ritenuti oggi incomprensibili, gli schemi concettuali propri della Scrittura, dei Padri e del Magistero (che presuppongono quella che Bergson chiamava “la metafisica spontanea dell’intelletto umano”), i dogmi della fede sono re-interpretati con gli schemi concettuali propri del soggettivismo moderno (dal trascendentale di Kant all’idealismo dialettico di Hegel). A farne le spese – osserva giustamente Radaelli – è soprattutto la nozione di base del cristianesimo, quella di fede nella rivelazione dei misteri soprannaturali da parte di Dio, ossia la “fides qua creditur”. Questa nozione risulta irrimediabilmente deformata, nella teologia di Ratzinger, dall’adozione dello schema kantiano dell’impossibilità di una conoscenza metafisica di Dio, con il conseguente ricorso ai “postulati della ragione pratica”, il che comporta la negazione delle premesse razionali della fede e la sostituzione delle “ragioni per credere”, che costituivano l’argomento classico dell’apologetica dopo il Vaticano I (Réginald Garrigou-Lagrange) con la sola “volontà di credere”, che fu teorizzata dalla filosofia della religione di stampo pragmatistico (William James).

Ora, mentre non riesco a rintracciare le vestigia di William James in Introduzione al cristianesimo, ricordo agevolmente che Ratzinger annoverò Kant tra i fautori di quel radicale mutamento di Weltanschauung, tipico della modernità, che non va respinto in toto – perché esprime «tratti essenziali della fede più o meno trascurati in altre costellazioni» (p. 60) – ma neppure abbracciato ingenuamente:

Per quanto occorra andare adagio con i giudizi perentori e sbrigativi, resta però d’obbligo il monito a guardarsi da cortocircuiti. Qualora i due tentativi citati [verum quia factum e verum quia facendum, N.d.R.] diventino esclusivi e situino la fede totalmente sul piano del factum o del faciendum, finiscono per nascondere il genuino significato di ciò che una persona intende quando dice «Credo».

Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 61

E cosa s’intende quando si dice “io credo”? Mons. Livi scrive:

Ratzinger ha sempre sostenuto, anche nei discorsi più recenti, che l’atto di fede del cristiano ha come suo specifico oggetto, non i misteri rivelati da Cristo ma la persona stessa di Cristo, conosciuto nella Scrittura e nella liturgia della Chiesa.

E davvero vorrei che Livi ci spiegasse meglio in cosa una simile impostazione – in cui si riverberano l’αὐτοβασιλεία di Origene, lo Iesu dulcis memoria da alcuni attribuito a San Bernardo di Chiaravalle e l’Adoro te devote comunemente ricondotto a San Tommaso – inclinerebbe al pensiero debole. L’insistenza sulla rilevanza personale di Cristo nell’atto salvifico e nella fede individuale non attenua, ma anzi fonda e sostanzia, la carica magistrale del Messia. Si resta poi a bocca aperta quando si vede la citazione dalla Prefazione alla prima edizione che Livi palesemente distorce fino a farle dire esattamente il contrario di ciò che espressamente Ratzinger afferma:

E il povero Gianni [ci si riferisce alla storiella nota come “la fortuna di Gianni”, N.d.R.] – nel nostro caso il cristiano – che fiduciosamente si era lasciato trascinare di scambio in scambio, d’interpretazione in interpretazione, non rischierà forse di finire davvero presto con l’avere in mano, al posto dell’oro con cui aveva incominciato, soltanto una inutile cote, che gli si può allegramente consigliare di gettar via?

J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 26

Ratzinger descriveva la parabola discendente di certa teologia contemporanea con quella del contadino che baratta un mucchio d’oro con oggetti per certi aspetti più vantaggiosi ma via via meno preziosi e sempre più inutili… come si fa a dire che «la teologia di oggi, secondo Ratzinger, non riesce a parlare della fede se non in termini ambigui e contraddittori» (Livi)?

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