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Vivere la propria infertilità senza perdere la fede

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Abbiamo incontrato quattro donne, dai percorsi diversi benché tutti accomunati dalla medesima croce: la dolorosa prova di non poter avere figli.

Lucie, nel medesimo desiderio di «far muovere le cose», ha suonato l’allarme per allertare la Provvidenza ed essere sostenuta nei suoi bisogni:

Una novena a Louis e Zélie Martin, un incontro con un prete (scelto con cura per non sentirsi dire cose approssimative del tipo: «Fate secondo il vostro desiderio e Dio benedirà la vostra decisione»), la testimonianza di una coppia che aveva vissuto la nostra situazione e la lettura dell’opera Quand l’enfant se fait attendre [Quando il bambino si fa aspettare, N.d.T.], di Michel e Marie Mornet, hanno avuto un effetto radicale: dall’oggi al domani, ci siamo trovati improvvisamente concordi! Non solo nel non proseguire oltre sulla via della PMA, ma anche nell’interrompere quanto ne stavamo già accettando, perché non avevamo compreso che stavamo già violando l’etica. Questa rinuncia, che avrebbe potuto indurci alla disperazione, ha suscitato al contrario, nei nostri due cuori, la pace e la gioia: ci siamo sentiti liberati e abbiamo compreso che la nostra sofferenza proveniva più dal “trattamento” proposto dalla PMA che dall’infertilità in sé.

Per le coppie che rinunciano alla PMA, la naprotecnologia è un nuovo approccio sempre più conosciuto in Francia, e che merita di essere reso noto a tutti.

Serrare i ranghi in quest’attesa dolorosa e incerta

Sapersi fare un buon milieu è cos essenziale, quando la vita ci tormenta. I social network, e in generale Internet, ci propongono spazi di parola talvolta più accessibili, perché l’anonimato e la condivisione vi sono entrambi facilitati.

Marie trova conforto a stare con persone che la comprendono, avendo il medesimo vissuto, il medesimo dolore, e si spurga del dolore parlandone:

Mi reco su alcuni gruppi di Facebook per donne che desiderano bambini, vedo una psicologa e pure una consulente coniugale e famigliare. Inoltre faccio parte di un gruppo di condivisione per coppie che sperano di avere figli.

Per evacuare la tensione suscitata dalle “domande stupide dei dottori” e dalle “frasi assurde delle vecchie zie”, Louise abbonda, in tal senso: bisogna serrare i ranghi con delle coppie che vivono la medesima prova.

Tali preziosi amici sono dei fari nella tempesta. La prima amica che ho incontrato e che viveva questa speranza dei bambini mi ha salvata. Mi ha restituito la voglia di crederci, di essere una donna, una moglie, una sorella, un’amica anzitutto. Anche senza bambini.

L’amicizia è un aiuto prezioso. Alle volte nasce dove uno non se l’aspetta. «Personalmente, durante la nostra attesa ho imparato molto dai nostri amici single, a cui mi sono riavvicinata», spiega Louise:

Parliamo un linguaggio comune, condividiamo un’attesa lunga, dolorosa e incerta. Ho aperto gli occhi sul celibato non scelto che ferisce a morte tante e tante persone. Ho imparato a pregare per loro, a con-patire con loro.

In una società in cui il bambino appare troppo spesso un qualcosa di dovuto, un essere “fatto” e non più “ricevuto”, “affidato”, richiamiamo a noi stessi l’immenso mistero e la bellezza di questo dono. E se prendessimo tutti nelle nostre a preghiere, oggi e nei giorni a venire, queste migliaia di coppie che sperano di ricevere un bambino, immerse in un dolore sovente acuto e misconosciuto?

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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