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Thomas Becket, all’inizio non fu uno stinco di santo ma morì da martire

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A Sua Immagine - pubblicato il 29/12/17

Cosciente della sua superiorità intellettuale, si mostra puntiglioso e arrogante. Ama la vita gaudente e fastosa. Ora, però, avverte l’esigenza di cambiare. Ordinato sacerdote e vescovo, rinuncia alla carica di cancelliere del re, comincia a usare il cilicio, a raccogliersi di notte in preghiera, ad aiutare i poveri. Non è una conversione immediata, ma lenta e faticosa. Per alcuni commentatori, se non fosse diventato un martire, difficilmente sarebbe stato canonizzato. Ben presto, però sorgono contrasti con il re. Questi rivendica il diritto di giudicare i chierici e i monaci, di imporre tasse sui beni della Chiesa destinanti al sostentamento del clero, al culto e alle opere di assistenza ai poveri. Le cose precipitano quando il monarca vuole scegliere e nominare i vescovi, pretendendo un giuramento di vassallaggio e negando il diritto di appello al papa. Non c’è ancora chiarezza, da ambo le parti, sulle competenze del pontefice e quelle del re. Le interferenze sono reciproche. Ma Tommaso è molto lucido e quando, nel 1164, Enrico II codifica le sue intenzioni nella Costituzioni di Clarendon, lui rifiuta di sottoscriverle e alcuni vescovi lo seguono. Cominciano così aperte persecuzioni contro la Chiesa.

Il martirio
Il papa lo convince a riconciliarsi con il re. Tommaso firma le Costituzioni di Clarendon con la clausola salvo honore Dei, “ponendo in salvo i diritti di Dio”. Della cosa si discute nel concilio di Northampton, ma Enrico II rimane insoddisfatto. Per questo motivo subisce rappresaglie, pene, minacce di deposizione, reclami per il denaro dovuto, si diceva, quando era cancelliere del regno. Fugge in esilio in Francia, le sue terre in Inghilterra sono confiscate e i suoi amici perseguitati. Il papa stesso, Alessandro III, cerca una soluzione. Dopo sette anni di trattativa la pace sembra raggiunta e Tommaso rientra in patria, ma la sua concezione si scontra con quella regalista. Sono due linee di pensiero inconciliabili. Scrive Tommaso ai suoi vescovi: “Chi dubita che la Chiesa di Roma sia a capo di tutte le Chiese e fonte della dottrina cattolica? Chi ignora che le chiavi del regno sono state date a Pietro? La struttura di tutta la Chiesa non si innalza forse nella fede e nell’insegnamento di Pietro, finché tutti andiamo incontro a Cristo uomo perfetto, nell’unità della fede e nella conoscenza del Figlio di Dio?”.

Conseguenza del suo pensiero è la scomunica di due vescovi che si oppongono a questa dottrina. E’ la sua fine. Il 29 dicembre del 1170 quattro cavalieri si avvicinano alla cattedrale. I monaci vogliono chiudere le porte, ma egli si oppone e li riceve. “Sono pronto – disse loro – a morire per il nome di Gesù e la difesa della Chiesa”. E’ ucciso a pugnalate. Quali che possano essere i giudizi sulla vita, è certo che muore da santo. Paga con la sua vita. E’ un martire per la libertà della Chiesa. Con il proprio sangue porta un contributo nel chiarimento dei rapporti tra Stato e Chiesa.

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