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“Che cosa sarebbe il mondo se le donne accettassero questo potere di vita che è in loro?”

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Thérèse Hargot - Monte di Venere - pubblicato il 28/12/17

La filosofa belga naturalizzata francese racconta e contesta il trattamento che la società ancora riserva alla femminilità e alla bellezza. E no, il femminismo vendicativo non sarà mai la soluzione

Consolidata è ormai nella nostra (s)cultura l’idea della donna che ha valore in funzione delle mascelle che riesce a far piombare a terra, degli sguardi che distoglie dalla guida, dei fischi di apprezzamento che farà risuonare: l’indice di gradimento sociale della persona è funzione diretta dell’appeal da femme fatale che la donna stessa saprà trasudare, rischiando sulla propria pelle l’appellativo raffinato di meretrice. L’uomo, che ha dalla sua un pistone idraulico da gestire, da scaricare ogni tot per evitare che i Pascal possano indurre in atteggiamenti di predazione sconveniente, ha questo difetto di cui deve quanto più possibile imparare ad inorgoglirsi per sembrare più macho. Insomma… la tendenza è spontanea verso l’associazione essere umano-animale! Donne e uomini, entrambi vittime della barbara mentalità, risvegliatevi: sovrastimatevi per avvicinarvi al vostro vero valore, saprete interagire con maggiore eleganza.

(Maria Dolores Agostini, Monte di Venere)

di Thérèse Hargot

Nota satirica: una provocatrice, ecco chi sei!

«Ehi, pss… il tuo numero di cellulare, bellezza? Come? A me e ai miei amici piacerebbe molto proporti dei giochetti…Ci stai?» mi aveva chiesto con orgoglio questo ragazzo di fronte a tutta la sua banda di compari sul binario del tram che aspettavo. Non so a quale domanda di questo tipo fossi arrivata da parte di perfetti sconosciuti. Quel giorno lì, ricordo di aver gridato dall’alto dei miei sedici anni e di fronte a una folla di passeggeri sbalorditi: «Ma mi prendete tutti per una puttana o cosa? Chi vi dà il diritto di parlarmi in questo modo? Come potete immaginare, anche per un solo istante, che possa darvi il mio numero? Chi siete voi? Che problema avete?».

Con questo gli ho chiuso il becco. Il tram è arrivato, mi hanno lasciata in pace. «Ha fatto bene!» mi hanno sussurrato all’orecchio alcuni curiosi. Non avrei mai osato fare un simile putiferio se non ci fosse stato qualcuno perché temevo il trattamento che mi sarebbe stato riservato per «punirmi» di non essermi sottomessa alla loro proposta.

Mi ci è voluto uno stomaco di ferro per far cessare i fischi e le domande oscene per la strada, per non subire più gesti fuori luogo da parte di sconosciuti la sera. Una volta incinta, sono diventata una donna rispettabile che non si poteva che spogliare con lo sguardo, nei confronti della quale «che bona» è stato sostituito da «che graziosa mammina!». Ma la gravidanza dura solo nove mesi. Cinque, per la società, il tempo necessario perché si veda. La tregua durò poco perché, alla nascita del bambino, ero tornata ad essere una preda, vista come la baby sitter di mio figlio! Il fatto è che in certi uomini esiste un’antinomia fondamentale tra la donna e la madre e la mia età e il mio aspetto sconvolgevano il loro giudizio.




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L’aggressione è stata all’ordine del giorno per tutta la mia gioventù. Non esagero nulla. Sono cresciuta per forza in un quartiere «caldo» del nord di Bruxelles! Per andare a scuola attraversavo quartieri dove la donna senza velo è considerata un oggetto che si offre volontariamente alla pulsione sessuale maschile. Non appartenendo a nessuno, è di proprietà di chiunque. L’approccio è quindi diretto, invadente. Anche violento. L’aplomb con cui essi si permettono di abbordare le donne è un’autentica dimostrazione di forza. Suscitano la paura, obbligano alla sottomissione. Ma gli ambienti che frequentavo non erano da meno. La faccenda è dissimulata, il gioco più sottile. Quasi piacevole, in un primo momento. È tutto. In fondo il principio rimane lo stesso: finché non sei sposata, sei desiderata. Insomma, era almeno questo ciò che pensavo. Ma in realtà no, il matrimonio, non cambia nulla. Sono i figli che obbligano al rispetto. E inoltre, mai completamente.

Oh, alcuni diranno che è il destino delle donne carine, che è un’opportunità per attirare altrettanti uomini e che è un orgoglio potersene vantare. Tuttavia il “psst” e il fischio, i ragazzi che ti seguono, ti chiedono di salire sulla loro auto, cercando di toccarti durante il tragitto o che ti fanno proposte talmente oscene che non voglio parlarne qui, cercano di farti credere che tu non sei altro che un qualcosa da consumare. E l’incapacità di allacciare amicizie durature con i ragazzi perché il desiderio è sempre percepito come un ostacolo (per loro e per gli altri, non per me) fa nascere una delusione immensa. Essere carine si trasforma in una sfortuna. Non è l’orgoglio che caratterizza le donne come me ma la vergogna e la sottovalutazione di sé.

Poiché sto per dirvi che non è questa la cosa che ferisce di più. Tutto ciò non avrebbe quasi alcuna importanza se nella sfera familiare e in quella degli amici, l’idea non fosse sostenuta a forza di: «Ma sei tu che li provochi, che le vai a cercare! Sei troppo spontanea e sorridente, giovane e carina… E da ultimo: tu non esci con loro! Ti prendi gioco dei desideri dei ragazzi: sei una provocatrice» Da adolescente, il verdetto era senza appello nel mio entourage: era colpa mia, era una questione di reputazione.




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Per l’educazione cattolica (o piuttosto puritana) che ho ricevuto, le donne sono sempre colpevoli di provocare il desiderio degli uomini, questi esseri dominati dalla pulsione sessuale. «Bisogna aiutarli, capisci! Sta a te non provocarli!» mi è stato ripetuto fin da quando ero ragazzina e ricordato a forza di «la tua gonna è troppo corta» oppure «è troppo attillata». In questi ambienti ai comportamenti delle ragazze viene riservata una sorveglianza estrema.

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educazione
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