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Vuoi diventare un sacerdote migliore? 5 consigli per evitare dei pericolosi “tranelli”

KAROL WOJTYŁA, ZDJĘCIE ARCHIWALNE

EAST NEWS

Aleteia Italia - pubblicato il 27/12/17

Un coraggio inatteso fiorisce in noi e iniziamo a osare percorsi umani, spirituali e pastorali nuovi. Finalmente, ci liberiamo dalla paura più grande che abbiamo: cambiare. Cioè, la paura di lasciare quel modello “sicuro”, a cui si è stati formati e ci si è abituati. Nella paralisi, ci si dimentica che l’identità del prete è in cammino, è aperta, è in continua evoluzione. Non c’è un prete “valido una volta per tutte”, ma un ministro chiamato nella storia concreta, fatta di volti da incontrare, di gioie da condividere e accompagnare e di lacrime da asciugare. Non con il piglio del capo, ma con il passo del compagno di viaggio.




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3. Accettare di non essere un super-eroe: Questo cambiamento richiede maggiore flessibilità e, probabilmente, una nuova riorganizzazione pastorale ed ecclesiale. Sono importanti le sfide – ha detto Papa Francesco ai preti di Milano – perché “ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose, tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve”.

Oggi abbiamo di certo tante sfide: i cambiamenti socio-culturali degli ultimi decenni, il mondo diventato plurale e multietnico, la crescente disaffezione nei confronti della fede cristiana, le difficoltà dell’annuncio, il calo delle vocazioni; e, tutto ciò, mentre le forme tradizionali della fede sovraccaricano di lavoro i preti che, peraltro, diventano sempre più vecchi.Perché abbiamo ancora paura di cambiare? Potremmo iniziare a vedere la Chiesa, la conduzione della parrocchia, l’esercizio dei ministeri e della pastorale non più come una macchina di cui siamo unici conducenti al volante; a sperimentare strade nuove, formando un laicato adulto e maturo; ma, soprattutto, possiamo smettere di pensare che siamo chiamati a fare tutto noi e che senza di noi le cose non vanno avanti: “Dio esiste e non sei tu, rilassati”, diceva qualcuno. Non sei un super-eroe, sei un uomo. Povero. A volte stanco. Altre volte arrabbiato. Per fortuna, direi, sei umano anche tu.




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4. Non sentirsi salvatori del mondo: se inizi a pensare che non sei Dio e non devi fare tutto (e sempre bene), le cose cambiano. Certo, c’è una mannaia che colpisce l’inconscio dei preti da cui è difficile liberarsi ed è il trovarsi sempre sotto il giudizio della gente. Ma, forse, una delle più grandi conquiste spirituali per la vita sacerdotale è raggiungere quel grado di “santa indifferenza”, che mentre non diminuisce la tua passione nel dare, ti libera dalle aspettative degli altri. Ci sarà sempre qualcuno, nel mondo, a cui non piacerai. E ci sarà sempre un parrocchiano che avrà qualcosa da ridire su di te.

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