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Ci sono Down e down: Paolo Ruffini e la sua idea di vera abilità a teatro

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Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 22/12/17

Nella puntata andata in onda ieri di Colorado un piccolo saggio dello spettacolo "Un grande abbraccio" realizzato con la Compagnia teatrale "Mayor Von Frinzius"

Scopro ora, documentandomi dopo la curiosità che mi ha suscitato un passaggio visto ieri in TV, che lo spettacolo “Up & Down” esiste già da diversi mesi. Dal 19 marzo scorso, per la precisione.

A fare gli schizzinosi si potrebbero muovere alcune critiche. Ma perché fare gli schizzinosi?

E’ giusto notare che quando lo si fa con generosità e trasparenza, quando il coinvolgimento è autentico e personale, il tema delicato, bistrattato, spesso esiliato dai media, della disabilità è accolto con gioia anche dal pubblico.

Il gioco e il movimento dello show promosso da Ruffini nella puntata del 21 dicembre sono tutti sull’essere up e sull’essere down. E sì, è una facile ma non per questo meno vera constatazione quella di notare quanto siano molto più spesso felici, sorridenti, lieti, generosi nelle relazioni proprio i ragazzi, i bambini e gli adulti con sindrome di Down.

Ruffini non bada per niente alla precisione linguistica. Che avrebbe da par suo ottime ragioni per essere invece tenuta nel dovuto riguardo: li chiama proprio i Down. Mentre loro non sono la loro malattia.

Alle volte però, dobbiamo riconoscerlo, si è tanto carini e garbati con le parole e pochissimo generosi con i gesti, con la sostanza.

Che importa se ti preoccupi di chiamarmi “persona portatrice della sindrome di Down”e poi fai in modo di evitare ogni contatto con me?

C’è un condensato di ipocrisia nella locuzione morbida, pronunciata con voce soave e accompagnata da sguardi di intensa consapevolezza civica che recita così: “persone diversamente abili”. (Ma alla fine ci arriva pure l’attore).

Se un bambino nasce privo della vista non è diversamente abile, è nettamente menomato, almeno circa quel senso.

Alle persone con tante o poche abilità, con handicap elevati o rasenti la normalità, non interessano forse tanto questi salamelecchi. Interessa la sostanza. E la sostanza, per le persone, tutte, sono le relazioni, relazioni amorose, relazioni significative, relazioni umanamente sapide.

Lo spettacolo consiste in una buffa e serrata gara tra Ruffini e gli altri attori (persone con handicap diversi, dalla Sindrome di Down all’autismo. Ingaggiati e pagati regolarmente per la loro prestazione. Ecco questo invece è molto bello) rispetto a diverse performance. E Paolo ne esce con le orecchie basse.

Ci sentiamo bene, guardandoli. Ci sentiamo meglio perché ci compiaciamo di noi stessi per il fatto che li applaudiamo etc? Va bene, ci sarà pure quello.

Ma vince , soprattutto, io credo, il fatto che a noi uomini piace voler bene, farci del bene. E sentirci fratelli.




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Le emozioni sono contagiose: per essere felici, rendiamo felici le persone con cui viviamo!

E sarà pure retorico o scontato, sarà un giochino di parole già sfruttato, ma ha ragione Paolo Ruffini che spesso si vedono disabili gravi, loro sì, in giro per le strade delle nostre città. E non hanno handicap identificati con termini medici. Sono down, down gravi perché non hanno familiarità con la gioia.

“Chi frequenta i down sa che hanno una grande confidenza con la vita, con la fisicità, con la bellezza. Sono davvero i ragazzi più up che conosco, mentre in giro per la strada trovo tanti down incazzati con la vita, persone che non sono abili al sorriso, ad accorgersi della bellezza”

dichiarava in un articolo riportato dall’agenzia adnkronos qualche mese fa.

Non diceva qualcosa di simile anche una Santa tra le più conosciute e amate dei nostri giorni, Madre Teresa di Calcutta?

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