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La grande lezione di Papa Francesco sulla natura della Curia e sulla sua riforma

Pope Francis - Christmas greetings to the Roman Curia
CLAUDIO PERI / AFP
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Stamattina il Santo Padre ha incontrato i curiali che assistono da vicino il ministero petrino di presidenza universale tra le Chiese per i tradizionali auguri di Natale: ripercorrendo i testi degli anni scorsi, Francesco si è idealmente riallacciato all'impostazione dello storico discorso di Benedetto XVI del 2005: ne emerge uno scorcio sull'intimità della Chiesa che merita di essere letto e compreso da ogni fedele.

Di per sé gli auguri alla Curia romana erano un incontro privato del Papa con i suoi collaboratori in senso medio-lato, un momento di ritrovo a metà tra l’intimo e il formale. Fu Benedetto XVI, nel 2005, a trasformarli in un genere letterario a sé, atteso soprattutto da teologi e vaticanisti: in quell’occasione, infatti, Papa Ratzinger intervenne col peso della propria competenza e autorità nella querelle sulla ricezione del Concilio Vaticano II. Veniva apertamente stroncata l’ermeneutica della discontinuità e della rottura – incarnata in Italia principalmente dalla “scuola di Bologna” – e si promuoveva l’ermeneutica della continuità nella riforma (l’unica che la viva Tradizione della Chiesa attesti da sempre, peraltro).

Con l’avvio del Pontificato argentino si è avuta l’impressione che all’improvviso le questioni ecclesiologiche fossero assurte a pubblico interesse: negli ultimi anni, infatti, le testate laiche si sono compiaciute nel mostrare il Papa che si rivolgeva alla Curia in “versione castigamatti”, pronunciando prognosi e terapie per le ormai famigerate “malattie curiali”. Il discorso di quest’anno ha avuto, tra molti altri, il pregio di ricollocare chiaramente i precedenti interventi nel solco del genere letterario avviato dodici anni fa; in effetti Papa Francesco ha spiegato di voler passare, alla descrizione dei funzionamenti della curia ad extra, dopo aver indicato le dinamiche (sane e malsane) sviluppate ad intra:

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

“Riforma”. Ecco il punto. Francesco richiama alla lezione di Benedetto XVI: le riforme avvengono nella continuità, non nella rottura.

A fronte di tale principio, apertamente dichiarato in apertura, dispiace non poco vedere che i titolisti di certe note testate d’ispirazione cattolica si siano conformati al trend del “giornalista collettivo” con questi shout: «Il Papa: anche nella Curia traditori e approfittatori».

Ma davvero si può pensare che il Papa aspetti il 21 dicembre per andare in Sala Clementina col sacco pieno di carbone a rimbrottare quanti per tutto l’anno hanno lavorato con faticosa fedeltà al difficillimo compito di assistere il Papa nel governo universale della Chiesa? E che senso avrebbe farlo in un discorso che già in anticipo si sa destinato a finire sulle testate di tutto il mondo? Ne risulterebbero a malapena dei rimproveri particolari pronunciati a mezza bocca e generalizzati da un titolo acchiappa-click. E sì che anche le suddette testate hanno riportato l’invito dello stesso Papa Francesco ai giornalisti, di appena cinque giorni fa: «I giornali non puntino a emozionare e stupire». Parole al vento, pare…

Perché a ben leggere il lungo e articolato discorso di Francesco, il passaggio dedicato a “traditori e approfittatori” è non solo brevissimo, ma collocato in un contesto che aiuta a capirlo per bene. Il Papa insomma non incontra i curiali per levarsi qualche sassolino dalle scarpe al riparo di una copertura mediatica atta a far passare la Curia per il luogo del male e il Pontefice per il romantico eroe senza macchia e senza paura (sarebbe un atteggiamento a dir poco vile, e se fosse vero risulterebbero giustificate le amarezze di alcuni cattolici, in realtà alimentate solo dalla superficialità della stampa): si parla della Riforma. Quella che Benedetto additava nel 2005 e che Francesco (non senza i limiti di ogni cosa umana) sta cercando di attuare.

[…] mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti»[1]. Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis)[2].

In realtà, come vediamo Francesco ha svolto una lectio magistralis sulla natura e sulle finalità della Curia romana (per la quale ha avuto parole a dir poco lusinghiere): la nota dominante del discorso è stata la definizione di sinodalità (parola che torna 2 volte nel testo, escluse le note) come sussidio del ministero primaziale (parola che nel testo, escluse le note, torna 6 volte). Rifuggendo dalla trita contrapposizione che ancora molti, perfino tra gli stretti collaboratori del Santo Padre, individuano tra i due poli fondamentali della dialettica cattolica, Papa Francesco ha detto chiaramente:

La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

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