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Il femminismo alla prova della maternità

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Gabrielle de Loynes - pubblicato il 19/12/17

Mentre la società c’impone di essere performante in ogni circostanza (maternità, malattia, lutto…), è compito della donna – ma anche dell’uomo – liberarsi da una tale ingiunzione. A tal proposito, i vangeli condannano la sopravvalutazione del lavoro. Nella parabola del coltivatore arricchito Gesù rigetta la larghissimamente diffusa opinione secondo cui il lavoro può rendere sicura la vita: «Sciocco, questa stessa notte la tua vita ti sarà chiesta» (Lc 12, 20). Non si tratta qui di svalutare il lavoro, ma piuttosto di metterlo al suo posto.




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La maternità a ogni prezzo?

In una società materialista in cui regna il culto della performance, si comanda alla donna di dominare il proprio corpo, la propria immagine e di provocare meccanicamente il desiderio sessuale. Mentre l’atto sessuale è ridotto al solo piacere istantaneo, o al concepimento di un bambino «quando voglio, dove voglio, con chi voglio», l’esperienza del crollo della libido o dell’infertilità è vissuta come uno scacco. Liberata sessualmente? La donna è diventata dipendente dell’industria della contraccezione chimica. Sterile? Alimenta il mercato della procreazione assistita. Fertile? Il suo utero diviene un prodotto e la sua gravidanza è un fenomeno dispendioso che viene medicalizzato.

Per Marie Jauffret, ricercatrice in biologia, «il corpo delle donne è un formidabile oggetto di profitto». In Francia, dove il dono degli ovociti non è rimunerato, la domanda sopraffà l’offerta. Malgrado i rischi sulla salute comportati dalla stimolazione ovarica, le donatrici di ovuli sono due volte il numero dei donatori di sperma. Nel Paese leader della vendita di ovociti, gli Stati Uniti, si sceglie la “donatrice di felicità” su di un catalogo, in funzione di criteri fisici. L’aberrazione di un “diritto al bambino” trasforma così la donna e l’uomo in materiali genetici.

Al contrario, il matrimonio cristiano invita le coppie a essere aperte alla vita. Essere “aperti alla vita” significa anzitutto rendersi disponibili a ricevere la vita di un bambino, come un dono e non come una cosa dovuta. Significa pure accettare la vita di coppia come quella si presenta, fertile o no, con la sua parte di incertezza. Significa infine aprirsi agli altri con umiltà e generosità, accoglierli con amore.




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La donna, essenzialmente feconda

Il femminismo detto “integrale” si riconcilia finalmente con Simone de Beauvoir quando quella riconosce che la donna

non può acconsentire a dare la vita che se la vita ha un senso; non saprebbe essere madre senza provare a giocare un ruolo nella vita economica, politica, sociale.

La donna, dunque, non è solamente una femmina di mammifero: la sua relazione con i piccoli che mette al mondo è fatta pure di intelligenza, e precisamente questo apre la possibilità di un oltre, di una trascendenza. La donna è feconda senza essere necessariamente fertile. La sua fecondità proviene anche dall’abbondanza delle sue facoltà intellettuali – la sensibilità, la volontà…

Secondo Natacha Polony, è fondamentale ridefinire i modelli identificatori dati alle donne. Secondo lei, la fecondità della donna risiede anche nell’«ambizione intellettuale, nell’appetito di sapere e di conoscere, nell’appetito di vivere». È appunto quanto invita a vivere il padre Teilhard de Chardin in L’eterno femminino quando, nella figura di Maria, definisce la donna come una guida verso la trascendenza: «Sono uscita dalle mani di Dio… cooperatrice della sua opera», «per mezzo di me tutto si muove e si coordina», «io il profumo, lo charme, mescolato al mondo per farlo aggregare, l’ideale sospeso su di lui per farlo ascendere, io sono l’essenziale Femminino», «io sono essenzialmente feconda, cioè sporta sul futuro».

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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